Partito di Alternativa Comunista

Una guerra di liberazione nazionale contro tutti

Una guerra di liberazione nazionale contro tutti

 

 

 

di Matteo Bavassano

 

 

Cronaca di come la sinistra ha abbandonato le masse ucraine al loro destino, disertando la lotta da Majdan fino all’invasione russa (questo articolo è un’anticipazione del numero in uscita di Trotskismo oggi).

 

Lo scorso 24 febbraio l’esercito del regime di Putin ha invaso l’Ucraina, e oltre ad aver seminato morte e distruzione in tutto il Paese, dando così luogo alla più recente tragedia della barbarie imperialista, ha seminato anche notevole confusione all’interno della sinistra «di classe», dando così vita alla farsa più recente del riformismo e del centrismo. Anche se a ben vedere, di confusione sono anni che ce n’è molta «a sinistra», dove ormai è moneta corrente la sostituzione dell’analisi di classe, materialistica e dialettica, con l’analisi geopolitica campista, fideistica e collaborazionista.
Quello che dovrebbe essere il dovere più elementare dei rivoluzionari, la solidarietà (non solo a parole, ma nei fatti) con una popolazione storicamente oppressa e che ora si trova a fronteggiare l’invasione della Potenza che per secoli l’ha dominata, invasione finalizzata al saccheggio delle parti più ricche del territorio ucraino, viene clamorosamente disatteso dalla sinistra, la quale o si schiera apertamente con Putin, oppure invoca un’impossibile neutralità tra le parti in causa, indebolendo così il fronte della resistenza contro l’invasore. Entrambe le varianti (e sotto-varianti, che poi vedremo), in cui inevitabilmente cadono la maggior parte delle organizzazioni «di sinistra», costituiscono un vero e proprio tradimento degli interessi delle masse popolari ucraine e del proletariato di tutto il mondo. L’ennesimo. Purtroppo, l’esperienza ci dice che non sarà l’ultimo. Ma andiamo con ordine.
Dicevamo che sono anni che c’è confusione sotto il cielo della «sinistra» occidentale. Questa si manifesta principalmente quando le controversie internazionali non riguardano direttamente gli Usa e i suoi alleati della Nato: soltanto la sinistra borghese (Sinistra italiana e altri cadaveri simili) ormai si schiera a sostegno delle invasioni imperialiste, anche se questo non ha mai impedito ai riformisti di sostenere le missioni «di pace» sotto l’egida dell’Onu, missioni di occupazione che fanno parte dell’ordine imperialista mondiale esattamente quanto le invasioni militari, anzi ne sono il necessario complemento. Il problema è più manifesto quando gli interessi del proletariato internazionale richiederebbero di schierarsi contro Paesi che vengono considerati «nemici» dell’imperialismo occidentale: Cuba, Venezuela, Corea del Nord, Siria, Libia, Iran, Cina e Russia. In questo, l’impronta stalinista sulla sinistra si fa ancora sentire e non si smentisce nemmeno in questa occasione.
Fortunatamente dall’Ucraina ci arrivano esempi concreti di operai che lottano in prima fila, attraverso le loro organizzazioni, contro l’invasione di Putin, come i lavoratori del sindacato indipendente Npg di Kryvyj Rih,1 che organizza minatori e metalmeccanici, e che sta inoltre organizzando la solidarietà dei lavoratori degli altri Paesi anche attraverso i legami con la Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta.2
Tuttavia, i rivoluzionari devono sostenere la resistenza ucraina, e la battaglia politica e ideologica per smentire le falsità che vengono raccontate sulla lotta delle masse ucraine, e che partono dalla falsificazione degli avvenimenti del 2014, è complementare al sostegno materiale alla resistenza. Ecco perché con questo saggio ci proponiamo di ricostruire i fatti, gli avvenimenti della lotta di classe in Ucraina durante il processo rivoluzionario del 2014 e di fare il punto su quanto sta succedendo oggi, sulla posizione delle organizzazioni di sinistra e sulle prospettive che si aprono per la rivoluzione in Europa orientale.

 

Il quadro in cui è nata la protesta di Majdan

È chiaro che la situazione politica e socioeconomica dell’Europa dell’est dopo lo scioglimento dell’Urss e del Patto di Varsavia costituisce il quadro generale di cui non si può non tenere conto se si vuole analizzare seriamente la situazione ucraina presente e passata, e praticamente qualsiasi avvenimento politico che interessi l’area. Tuttavia, una cronistoria approfondita di questo quadro esula dagli obiettivi che questo articolo si può porre, andando per altro a toccare aspetti del regime russo su cui il dibattito teorico e politico è ancora aperto.3 Ci limitiamo quindi a sottolineare che dal 1991 l’area dell’est europeo è stata terreno da una parte dell’espansione dell’Ue e della Nato, mentre la Federazione russa ha tentato di mantenere il controllo sull’area della vecchia Unione sovietica, riuscendoci solo in parte e, nei fatti, solo dopo l’arrivo al potere di Putin. Il regime di Putin, espressione degli interessi economici degli oligarchi russi (che altri non sono che le alte cariche della vecchia nomenklatura del Pcus), è un regime bonapartista che si regge sull’esercito e, soprattutto, sull’Fsb, erede del vecchio Kgb di cui Putin era esponente, e si è consolidato con la vittoria nella seconda guerra cecena. Non solo non è un regime antimperialista, ma a ben vedere non è neanche permanentemente in scontro con gli imperialismi occidentali, anzi recentemente si sono trovati dallo stesso lato della barricata quando Putin ha represso, tramite il Csto,4 la rivolta popolare in Kazakistan nel gennaio 2022. Sostanzialmente, Putin da quando è al potere (ormai più di vent’anni), ha cercato di riportare la Russia ai «fasti» imperialisti del vecchio Impero zarista con un misto di accordi, ma anche scontri episodici, con l’imperialismo, e con la sottomissione delle ex-Repubbliche sovietiche che non sono rimaste fuori dall’orbita della Nato.
In questo quadro generale si inscrive la vicenda dell’Ucraina negli ultimi anni, Paese storicamente oppresso dalla Russia zarista, che ha vissuto una breve libertà nei primi anni del potere sovietico, e che ha vissuto pesanti repressioni sotto lo stalinismo, a partire dal tristemente celebre Holomodor, la carestia imposta dallo stalinismo nel 1932-33 per piegare l’opposizione dei contadini ucraini alla collettivizzazione forzata, fino alle Grandi purghe, che si sono abbattute in maniera particolarmente violenta sugli oppositori ucraini (e anche su diversi stalinisti caduti in disgrazia).
Dal dissolvimento dell’Urss, l’Ucraina è rimasta nell’area di influenza della Russia, anche se ha cercato in alcune occasioni un avvicinamento all’Unione europea e alla Nato. L’Ucraina, governata da oligarchi provenienti dal vecchio Pc come tutte le ex-Repubbliche sovietiche, è stata oggetto delle politiche neocoloniali russe, dovendo (in particolare dopo il 2008) acquistare a prezzi sostanzialmente imposti il gas russo,5 dovendo ricorrere, per far fronte ai debiti con la Russia, all’aiuto finanziario dei Paesi dell’Ue (in particolare la Germania), indebitandosi cioè con l’imperialismo occidentale per ripagare i debiti contratti con l’oppressore russo.
È questa dinamica che ha dato origine al processo rivoluzionario noto come Majdan: nel 2013, a fronte degli aumenti del prezzo del gas russo, l’Ucraina stava velocizzando le procedure per la firma dell’Accordo di associazione con l’Unione europea,6 con il pieno accordo dell’allora presidente Victor Janukovyč,7 considerato normalmente filorusso. Questa possibile uscita dell’Ucraina dall’orbita della Russia preoccupò Putin, il quale fece pressioni per far cadere l’accordo. Janukovyč tentò di approfittare della situazione per recuperare il vantaggio contrattuale perso con l’apertura dei nuovi gasdotti al di fuori dell’Ucraina, e allo stesso tempo per migliorare le condizioni dell’accordo con l’Ue.8 A fronte dell’indisponibilità dell’Unione europea a concedere maggiori aiuti finanziari all’Ucraina,9 e, di contro, alla proposta di Putin di uno sconto sui prezzi del gas e di una moratoria sui debiti già contratti, Janukovyč decise di non firmare il trattato, riservandosi di «continuare a trattare» con l’Ue. Tentando una sintesi, si potrebbe dire che Janukovyč ha tentato di manovrare per ottenere il massimo vantaggio per la borghesia ucraina nel suo insieme, che però aveva interessi più o meno latenti già contrapposti in questa fase. Non aveva però tenuto conto, nei suoi giochi politici, delle masse popolari ucraine.

 

La rivolta di Majdan

Che si fosse accordata con la Russia o con l’Unione europea, il destino dell’Ucraina era di vedere approfondita la sua subordinazione nazionale. La scommessa per la borghesia ucraina era trovare il modo per scaricare il più possibile il costo di questa ulteriore dipendenza sulle masse lavoratrici e popolari. Tuttavia, nessun governo, nemmeno il più dittatoriale, presenta in questo modo le sue misure alle masse. Ecco perché, fin dall’estate 2013 (cioè nel momento in cui era più vicino all’Ue), il presidente Janukovyč aveva cominciato un’importante campagna di propaganda a favore dell’accordo con l’Unione europea, promettendo alle masse popolari ucraine, tra le più povere della regione, che in questo modo avrebbero goduto dei «vantaggi» del Mercato unico europeo e della moneta unica, «liberandosi» finalmente dell’oppressione secolare russa, che era ciò che aveva mantenuto l’Ucraina nell’arretratezza economica… e altre mezze verità del genere. Se da una parte non si può negare l’impatto dell’oppressione russa sull’Ucraina, la soluzione per la sua indipendenza e il suo sviluppo non si può trovare certo nell’Unione europea, entità espressione degli imperialismi europei, che sappiamo fin troppo bene che futuro prospetta ai lavoratori e che tipo di «vantaggi» ha offerto in particolare ai Paesi dell’Europa dell’est.
Tuttavia, le masse avevano creduto alla propaganda governativa, così che, nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013, dopo che il governo ucraino emanò un decreto che sospese la firma del trattato con l’Ue, cominciò il movimento Jevromajdan (letteralmente «piazza Europa»), una serie di proteste spontanee, inizialmente promosse soprattutto da studenti, che chiedevano la riapertura dei negoziati con l’Europa. La risposta del governo alle manifestazioni, relativamente poco partecipate,10 ma che duravano da più di una settimana, fu la repressione: la notte tra il 29 e il 30 novembre i manifestanti, accampati ormai nella piazza, vennero sgomberati dalla Berkut, la polizia antisommossa ucraina. Questa fu la miccia che fece esplodere le proteste di massa.11 Il governo aveva tentato di vietare ogni manifestazione fino al 7 gennaio, così come le manifestazioni nel centro di Kyïv, ma aveva dovuto desistere di fronte alla risolutezza dei manifestanti a non fermare la protesta. L’8 dicembre ad una nuova manifestazione di 200 mila persone a Majdan, Janukovyč tentò di contrapporre una manifestazione di 15 mila suoi sostenitori.12 La prosecuzione delle proteste portò la Rada ad approvare una serie di leggi anti-proteste il 16 gennaio 2014, a cui i manifestanti risposero moltiplicando le proteste. L’opposizione parlamentare cominciò a trattare con Janukovyč per una riforma costituzionale e per delle elezioni anticipate. Durante le proteste del giorno 20 febbraio dei cecchini spararono sulla folla, mentre alcuni manifestanti cominciavano ad essere armati e a rispondere alla repressione della polizia.13 Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio venne firmato un accordo tra il presidente e i leader dell’opposizione14 (con la mediazione dell’Unione europea e della Russia) che si sperava avrebbe messo fine a quello che ormai era un vero e proprio processo rivoluzionario, e che tra l’altro prevedeva: l’immediato ritorno alla Costituzione in vigore tra 2004 e 2010 e un completamento della sua riforma entro settembre, creazione di un governo di unità nazionale, elezioni anticipate entro dicembre 2014 (quindi l’accordo prevedeva di lasciare Janukovyč alla presidenza), amnistia per i manifestanti, sgombero degli edifici occupati durante le proteste.

 

Il rifiuto dell’accordo e la fuga di Janukovyč

Tuttavia, contrariamente alle aspettative di tutte le parti coinvolte, le masse mobilitate di Majdan rigettarono l’accordo. Infatti, dopo che la Rada aveva già ratificato l’accordo, i leader che avevano trattato con Janukovyč, si presentarono a Majdan per sostenere l’accettazione dell’accordo e la smobilitazione della protesta, ma vennero fischiati e cacciati al grido di «traditori»: dopo tre mesi di mobilitazione e di repressione, i manifestanti non erano disposti a ritirarsi lasciando Janukovyč al potere praticamente fino alla scadenza naturale del mandato.15 Migliaia di manifestanti decisero di non lasciare la piazza fino a che il presidente non venisse rovesciato e arrestato per i suoi crimini.
Il fallimento dell’imposizione dell’accordo alla piazza generò una rottura nell’apparato repressivo, che, vedendo la situazione disperata in cui si trovava il regime di Janukovyč, lo abbandonarono al suo destino: le forze della Berkut che presidiavano la Rada lasciarono la capitale, mentre anche il comando dell’esercito dichiarò che non sarebbe intervenuto. Comprendendo che il crollo del suo regime era imminente, nella notte tra il 21 e il 22 febbraio Janukovyč fuggì da Kyïv e riparò inizialmente a Charkiv, nell’Ucraina orientale, per poi riparare in Russia già a fine febbraio.16 Mentre la Rada destituiva a posteriori il presidente già cacciato dalla mobilitazione e fissava nuove elezioni per il 25 maggio, le masse prendevano di fatto il controllo della città, occupando i principali ministeri, la Banca centrale e la residenza di Janukovyč stesso,17 la cui opulenza ostentata divenne un simbolo da distruggere della corruzione dell’odiato tiranno repressore.
La stessa opposizione che aveva cercato di salvare Janukovyč era ora sospinta al governo come sottoprodotto distorto della mobilitazione delle masse, che purtroppo non avevano un programma politico che andasse oltre alla cacciata di Janukovyč (per quanto fossero riuscite ad ottenerla con la loro determinazione e abnegazione nella lotta). Il principale problema del nuovo governo, formato dai partiti della vecchia opposizione, era controllare gli attivisti di Majdan e togliere loro le armi.18
La situazione non tornò alla normalità con la nomina del governo di unità nazionale, né immediatamente dopo l’elezione del nuovo presidente Porošenko in seguito alle elezioni di fine maggio: i gruppi di autodifesa di Majdan continuavano a presidiare la piazza e le masse rimasero in uno stato di mobilitazione (anche se ovviamente a un livello più basso) fino all’estate, andando successivamente a scemare, anche in conseguenza del conflitto nell’Ucraina orientale (di cui ci occuperemo in seguito).

 

La sinistra e Majdan: miti e leggende per schierarsi contro

Arriviamo al vero punto critico e dolente del processo rivoluzionario del 2014: l’atteggiamento della stragrande maggioranza della sinistra mondiale. La cosiddetta sinistra ha cominciato a condannare le mobilitazioni di Majdan fin dal 2013: almeno in questo bisogna riconoscerle una vergognosa coerenza! Le manifestazioni vennero da subito etichettate come filoeuropeiste, e quindi reazionarie. Non possiamo che notare l’assenza di una qualsiasi traccia di metodo marxista in questa lettura, che solo molto generosamente si potrebbe definire «analisi»: se le rivendicazioni immediate delle proteste erano la ripresa delle trattative con l’Unione europea, le loro cause erano da ricercarsi nel processo di crescente colonizzazione del Paese, e nella risposta delle masse al loro processo di impoverimento.
Dovere dei marxisti sarebbe quello di intervenire nelle lotte delle masse, anche quelle parziali, per portarvi quella prospettiva socialista che non possono avere spontaneamente.19 Non solo i manifestanti di Majdan non ebbero l’appoggio che di poche organizzazioni anarchiche e di Liva opozycija (Opposizione di sinistra),20 un raggruppamento eterogeneo che comprendeva anche militanti vicini al trotskismo, ma ebbero l’ostilità attiva di altre, come Borot’ba,21 e quella del Partito comunista dell’Ucraina, che appoggiò apertamente la repressione decisa da Janukovyč. Nonostante il nome, questo partito di «comunista» non ha nulla: si tratta di un partito nato da un’ala della vecchia nomenklatura sovietica, legato ad un settore degli oligarchi ucraini (quelli che erano maggiormente filorussi), e affine al Partito comunista della Federazione russa, partito che in Russia ha il ruolo di «finta opposizione» al regime di Putin. Tuttavia, il fatto che il partito che viene percepito dalle masse – per quanto erroneamente – come espressione del «comunismo ufficiale» stesse dalla parte della repressione ha sicuramente facilitato l’azione delle formazioni di destra a Majdan. Tutte le formazioni staliniste, neo-staliniste e castro-chaviste del mondo hanno ripreso la posizione del Partito comunista dell’Ucraina (che poi era la posizione del presidente Janukovyč), cioè che in Ucraina fosse avvenuto un colpo di Stato fascista finanziato dagli Usa per togliere il Paese dall’area di influenza russa e porlo sotto l’ombrello della Nato e dell’Ue. Infine, una serie di formazioni centriste (cioè che oscillano tra una fraseologia più o meno rivoluzionaria e una pratica riformista e opportunista) si sono rifiutate di sostenere le mobilitazioni di Majdan perché non aveva una chiara composizione e programma di classe.22 La Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale è stata una delle poche organizzazioni internazionali che si è schierata fin dal principio e coerentemente al fianco delle masse popolari ucraine in lotta.
Anche l’attività dell’estrema destra, che, come detto, è stata facilitata dalla diserzione della mobilitazione da parte della sinistra «di classe», è stata successivamente portata come giustificazione per la scelta di non appoggiare il movimento di Majdan. Tuttavia, l’estrema destra, per quanto abbia svolto un ruolo nello sviluppo degli avvenimenti (soprattutto nel momento degli scontri più duri contro la repressione) e abbia avuto un’influenza sul movimento, non ha mai avuto un’egemonia al suo interno. Figurarsi quindi se il processo rivoluzionario del 2014 potrebbe essere stato un colpo di Stato organizzato dai fascisti, o un movimento di massa «reazionario». Peraltro, questa interpretazione dietrologica si scontra con i fatti che, come si sa, hanno la testa dura.
Le organizzazioni della destra ucraina che hanno partecipato alle proteste di Majdan sono state sostanzialmente due: Svoboda e Pravyj sektor. Svoboda («Libertà»), che era il partito più grande ed è assimilabile a partiti dell’estrema destra istituzionale, aveva ottenuto poco più del 10% dei voti alle elezioni parlamentari del 2012 e aveva quindi 37 seggi al momento della rivolta di Majdan. Fu uno dei partiti che patrocinò l’accordo con Janukovyč del 21 febbraio (un atteggiamento un po’ strano per un partito che avrebbe organizzato un colpo di Stato), il cui principale dirigente Oleh Tjahnybok era stato bollato come traditore per aver sottoscritto l’accordo (grande fallimento per un fascista che avrebbe dovuto egemonizzare un movimento reazionario), e che, dopo la fuga di Janukovyč il giorno successivo, entrò nel governo provvisorio designando alcuni ministri. Tuttavia, Svoboda alle elezioni presidenziali del maggio 2014 prese poco più dell’1%, mentre alle elezioni parlamentari dello stesso anno ha ottenuto il 4,75% dei consensi, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento; nelle elezioni del 2019 si è presentato in coalizione con Pravyj sektor e altre formazioni minori, prendendo poco più dell’1% alle presidenziali e poco più del 2% alle parlamentari.
Pravyj sektor («Settore di destra») è un movimento nato dalla fusione di organizzazioni minori di destra fasciste che partecipavano alle mobilitazioni di Majdan a fine novembre 2013, costituendosi come partito nel marzo 2014. Si dice spesso che, nonostante non sia entrato nel governo provvisorio, avesse una presenza rilevante negli apparati dello Stato e nell’esercito dopo la caduta di Janukovyč. Ebbene, nella notte tra il 24 e il 25 marzo uno dei principali dirigenti di Pravyj sektor, Oleksandr Muzyčko, leader della sua ala più radicale, è stato ucciso in circostanze poco chiare durante un’azione delle forze di sicurezza ucraine, e c’è il sospetto fondato che l’operazione fosse stata organizzata per liquidarlo. In ogni caso, non sembra che avessero tutto questo peso negli apparati dello Stato, dopotutto… Ma anche il loro credito presso le masse non era molto, dato che nel mese di aprile, tentando di rioccupare Majdan, si sono scontrati con i gruppi di autodifesa del movimento, che li hanno cacciati fisicamente dalla piazza.23
Il quadro che abbiamo tracciato crediamo sia esemplificativo di come la rilevanza della destra nelle mobilitazioni di Majdan fosse dovuto essenzialmente all’assenza (o alla debolezza) al suo interno di organizzazioni della sinistra di classe.
Da ultimo, per concludere questo capitolo e questa «prima fase» della storia recente dell’Ucraina, aggiungiamo, seppure non dovrebbe essere minimamente necessario, che il nostro appoggio al processo rivoluzionario di Majdan non si è mai tradotto in un sostegno di qualsiasi tipo al governo provvisorio né al presidente e al governo eletti nelle elezioni del maggio 2014, che anzi erano governi che avevano usurpato la cacciata di Janukovyč ottenuta dalle masse in lotta per colmare l’incipiente vuoto di potere che minacciava potenzialmente la tenuta stessa dello Stato ucraino. Tuttavia, giudicare una lotta popolare semplicemente dal suo sottoprodotto sovrastrutturale non ci pare corretto,24 senza contare che, portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, bisognerebbe rinunciare a mettere in discussione i governi capitalisti progressisti (o presunti tali) fino a che non si sarà certi di sostituirli con un governo socialista, dato che ci sarà sempre il rischio che delle critiche si avvantaggino partiti di destra. Se questo fosse vero, il marxismo, più che una filosofia per l’azione rivoluzionaria, sarebbe una filosofia dell’attesa messianica…

 

L’annessione della Crimea e la sua «autodeterminazione»

Subito dopo la fuga di Janukovyč, Putin ha cominciato ad occupare militarmente la Crimea nella notte tra il 26 e il 27 febbraio. Così, quella stessa sinistra che aveva condannato le proteste popolari di Majdan, ora sosteneva un presunto diritto di autodeterminazione della Crimea (e poco dopo agirà in maniera simile anche per il Donbas), che però, nel concreto, si traduceva in un’annessione alla Russia. Questa annessione è avvenuta senza che ci fossero manifestazioni di massa, con un «referendum sull’autodeterminazione» tenutosi il 16 marzo in cui il 96% dei voti fu a favore dell’ingresso nella Federazione russa. Al di là di alcune proteste formali sull’illegittimità del referendum, l’Unione europea e gli Usa hanno sostanzialmente accettato l’annessione, evidentemente in ragione degli enormi interessi russi nell’area, dovuti anche alla presenza della base navale di Sebastopoli, sede della flotta del Mar Nero. Tuttavia, non c’è alcun fondamento per riconoscere la validità di un’annessione della Crimea alla Russia: la Crimea, annessa all’Impero zarista alla fine del XVIII secolo, dopo l’occupazione tedesca e bianca successiva alla Prima guerra mondiale, venne costituita nel 1921 come Repubblica socialista sovietica autonoma di Crimea all’interno della Russia sovietica, in ottemperanza al principio di autodeterminazione dei popoli oppressi praticato da Lenin, perché era abitata da una popolazione di etnia tartara. Tuttavia, questa sua popolazione originaria venne deportata in seguito alla riconquista sovietica della Crimea nella Seconda guerra mondiale (era stata occupata, infatti, dalla Germania nazista), finendo nei gulag staliniani, e la penisola subì un intenso processo di russificazione, venendo retrocessa dal rango di Repubblica autonoma a quello di provincia della Russia sovietica, per avere un controllo diretto sul Mar Nero. Da ultimo, nel 1954 venne ceduta (nel quadro dell’Urss) dalla Russia sovietica all’Ucraina sovietica per mano di Chruščëv, con la quale è rimasta anche dopo la dissoluzione dell’Urss, con uno status di autonomia particolare e garantendo uno status speciale alla città di Sebastopoli in ragione degli interessi russi sulla città. Insomma, invocare oggi un diritto di autodeterminazione della Crimea è sostanzialmente uguale a rivendicarlo per lo Stato d’Israele.
Aggiungiamo che i marxisti invocano e riconoscono il diritto di autodeterminazione non in assoluto, ma per le nazioni oppresse, e che questo diritto deve però essere esercitato per l’indipendenza nazionale e non per mettersi al servizio di questa o quella Grande Potenza: durante la Prima guerra mondiale, in particolare gli imperialismi tedesco e austro-ungarico promettevano un’indipendenza formale alle nazioni oppresse dall’imperialismo zarista per utilizzare queste popolazioni per i propri scopi imperialisti. Ma lo stesso facevano gli imperialisti dell’Intesa. Lenin e Trotsky si opposero a tutte queste manovre dell’imperialismo, rivendicando sempre sia il diritto di autodeterminazione per i popoli oppressi, sia però l’indipendenza di classe dall’imperialismo e dai suoi progetti di saccheggio e rapina. Tuttavia, l’intera sinistra mondiale ha salutato le manovre di Putin in Crimea e nel Donbas come una giusta lotta contro il nazifascismo del governo di Kyïv.

 

Le «Repubbliche popolari» del Donbas tra oligarchi e fascisti filorussi

Dopo l’annessione della Crimea, il centro dello scontro politico si è spostato nella regione del Donbas, nell’Ucraina orientale. È una regione molto ricca (miniere e industrie pesanti), attraversata dal fiume Donec e comprende le provincie di Donec’k e Luhans’k, le stesse che si sono dichiarate indipendenti con l’appellativo di «Repubbliche popolari».25 La posizione maggioritaria della sinistra di fronte a questa ennesima manovra di Putin e degli oligarchi filorussi è bene esemplificata da James Petras, professore universitario statunitense di origini greche e presunto esponente antimperialista: «I consigli operai e popolari in Ucraina orientale sono un embrione di democrazia socialista. Le milizie popolari sono il germe di un esercito di liberazione».26 Petras arrivava a paragonare la lotta delle «Repubbliche popolari» del Donbas con la lotta della seconda repubblica spagnola contro Franco e i nazi-fascisti nella Guerra civile.27 La veridicità di tutto questo non è mai stata messa in discussione, era una verità autoevidente (esattamente come il carattere fascista di Majdan), e resisteva anche alle numerose prove dell’attività di gruppi nazionalisti, fascisti e paramilitari russi nel Donbas.2La verità è che non vi è stata alcuna mobilitazione di massa di tipo separatista o indipendentista nemmeno nel Donbas. Secondo quanto riporta Zbigniew Marcin Kowalewski, autore di diversi studi trattanti la questione nazionale ucraina, «dopo la caduta del regime di Janukovyč, cioè dopo la perdita del potere statale da parte dell’élite politica ed economica del Donbas, questa élite entrò nel panico. Il capitale monopolista del Donbas decise di ritirarsi nella sua roccaforte al fine di preservare il proprio potere almeno là: per imporre l’autonomia della regione, questa volta politicamente, di accettare il sostegno dell’imperialismo russo e se necessario, con il suo supporto militare, organizzare la secessione. Sappiamo qual è stato il ruolo di Rinat Achmetov, magnate industriale di Donec’k e più potente oligarca dell’Ucraina: “La Repubblica popolare di Donec’k era il suo progetto,” ha ammesso senza mezzi termini Russkaja vesna, sito web dei separatisti», mentre «nella provincia di Luhans’k, la ribellione è stata ispirata da Oleksandr Jefremov, braccio destro di Janukovyč nel Partito delle regioni e uomo i cui interessi sono tanto ampi quanto loschi».29 Lo stesso Pavel Gubarev, «governatore popolare» della «Repubblica popolare» di Donec’k, con una passata militanza politica nella formazione neo-nazista grande-russa Unità nazionale russa, poi nel nazional-bolscevico Partito socialista progressita d’Ucraina e fondatore del Partito Nuova Russia il 14 maggio 2014,30 ha dichiarato: «Abbiamo visto apparire in ogni città leader della cosiddetta milizia volontaria popolare. E così il nostro partito al potere, i nostri oligarchi al potere del sudest, hanno cominciato a lavorare con i militanti della milizia volontaria popolare. Si è scoperto che due terzi di questi attivisti erano pagati dall’oligarca Achmetov. Un gruppo molto ristretto di persone è rimasto fedele all’ideale; tuttavia, continuavano a prendere soldi. Tutti prendono i soldi! […] In queste condizioni, tutti sono stati comprati. Quelli che non sono stati comprati sono stati marginalizzati, screditati o terrorizzati».31 Secondo quanto riporta Kowalewski, Gubarev è stato consegnato ai servizi segreti ucraini (Sbu), e «i dirigenti della “Repubblica popolare di Donec’k” non hanno alzato un dito per ottenere il suo rilascio. Solo Strelkov, comandante dei separatisti a Slov-jans'k, lo ha fatto, scambiandolo con un ufficiale ucraino che era stato preso prigioniero. Ecco perché Gubarev, per vendicarsi del tradimento del quale è stato vittima, ha rivelato il ruolo chiave di Achmetov nella nascita del movimento separatista».32
Citazioni di questo tenore si potrebbero moltiplicare,33 ma crediamo siano sufficienti per comprendere ciò che è successo nell’Ucraina sud-orientale dopo la caduta di Janukovyč: da una parte gli oligarchi della regione, che erano legati politicamente a Janukovyč (spesso membri dello stesso Partito delle regioni, ma a volte anche legati al Partito comunista d’Ucraina), che avevano importanti interessi economici e commerciali con la Russia, e che avevano timore di perdere parte dei loro privilegi e delle loro fortune con il nuovo governo, organizzarono «mobilitazioni popolari» e «milizie popolari» col fine di ottenere dal governo centrale uno status privilegiato di autonomia per la regione che permettesse loro di continuare a fare i loro affari anche con la Russia; dall’altra parte Putin, che si era già assicurato i propri interessi vitali con l’annessione della Crimea, ha sfruttato la situazione venutasi a creare per destabilizzare il nuovo governo ucraino, alimentando il «movimento separatista» inviando nel Donbas un gran numero di militanti fascisti russi, con cui negli anni ha rafforzato notoriamente i legami.34 Questo ha creato scontri all’interno del Donbas nelle stesse forze separatiste, portando molti oligarchi ad abbandonare questo progetto (riconciliandosi con il governo di Kyïv), lasciando tutto in mano ai comandanti delle milizie fasciste, che hanno creato dei veri e propri feudi nella regione. La situazione di instabilità creatasi evidentemente soddisfaceva Putin, che l’ha sancita con gli Accordi di Minsk, fino a quando non l’ha poi sfruttata per iniziare l’invasione dell’Ucraina.
Questi fatti sono sotto gli occhi di chiunque voglia guardare oltre il proprio naso, ma per la sinistra mondiale semplicemente non esistono, mentre esiste una fantomatica «rivoluzione socialista» nel Donbas…
Da ultimo, dobbiamo parlare brevemente della cosiddetta «Strage di Odessa», cui tutta la sinistra fa riferimento indignata per comprovare il fascismo dei manifestanti di Majdan.35 Non abbiamo possibilità di addentrarci in una ricostruzione dettagliata degli avvenimenti del 2 maggio 2014 (richiederebbe un articolo apposito, per smontare tutte le menzogne che sono state dette in 8 anni), ma sostanzialmente si è trattato di uno scontro tra manifestanti pro e contro Majdan: i manifestanti anti-Majdan, accampati nella piazza antistante la «Casa dei sindacati» e che comprendevano elementi fascisti filorussi ma anche alcuni stalinisti del partito Borot’ba, avrebbero dato inizio agli scontri quando almeno uno di loro avrebbe sparato contro un corteo pro-Majdan, in cui vi erano molti nazionalisti ucraini e anche esponenti di gruppi di estrema destra, nel primo pomeriggio. Gli scontri sono proseguiti con ulteriori provocazioni da entrambe le parti per tutto il pomeriggio, fino alle 18, quando c’è stata una svolta: si teneva infatti quel giorno a Odessa una partita di calcio tra Čornomorec' di Odessa e il Mentalist di Charkiv, e quando gli ultrà sono usciti dallo stadio si sono uniti al contingente dei pro-Majdan, costringendo gli anti-Majdan a ritirarsi fino alla piazza dove erano accampati e poi nella Casa dei sindacati, dove, dopo ulteriori reciproche provocazioni, è scoppiato l’incendio che ha portato alla strage. Tuttavia, non si è trattato, come cercano di presentarlo alcuni gruppi stalinisti, di un assalto fascista contro una sede sindacale che poi è stata difesa dai separatisti antifascisti: la Casa dei sindacati (o Palazzo dei sindacati) è il nome del palazzo in relazione alla sua funzione durante gli anni dell’Urss, nel 2014 non era sede di nessun sindacato. Per approfondire meglio la questione invitiamo a leggere un articolo di Andrea Ferrario, “La strage di Odessa del 2 maggio 2014”.36

 

L’odierna guerra di liberazione nazionale e la sinistra

Avremmo volentieri fatto a meno di questo lungo excursus storico, dato che ci sembra molto più interessante parlare di quanto sta avvenendo oggi e dei compiti politici che ci troviamo ad affrontare; tuttavia, il dibattito a sinistra ce lo ha imposto e, tutto sommato, è stato anche utile, perché dimostra come le posizioni politiche non siano mai casuali, che non si ha «a volte ragione e altre volte torto», e che, sebbene degli errori di analisi siano sempre possibili, alcuni errori hanno delle radici politiche precise, e quindi, a partire dagli errori di oggi, a volte si possono   trovare anche spiegazioni di errori politici precedenti.
Oggi, di fronte all’aggressione della Russia contro l’Ucraina, nella stragrande maggioranza della sinistra mondiale ci troviamo di fronte a due tipi di posizioni: neutralità o appoggio… a Putin! Fortunatamente quelli che appoggiano apertamente l’invasione di Putin contro l’Ucraina sono pochi, sostanzialmente alcune frange neo-staliniste, che predicano la necessità di sostenere Putin (a volte aggiungendo la parolina magica «tatticamente») in quanto svolgerebbe un ruolo antimperialista per la sua contrapposizione all’imperialismo statunitense e della Nato. Vale la pena parlarne, anche se brevemente, perché le stesse motivazioni vengono costantemente riproposte per sostenere dittatori come Gheddafi e Assad (per fare solo due esempi) contro le mobilitazioni popolari che volevano rovesciare i loro regimi dittatoriali. Certo, è abbastanza desolante constatare come l’analisi di uno dei concetti fondamentali del marxismo, l’imperialismo (peraltro spiegato magistralmente in una forma popolare da Lenin nel celebre libro), venga ridotta a mero strumento di propaganda a sostegno di regimi dittatoriali adottando un’ottica neo-campista che rimuove il principio di indipendenza di classe del proletariato dalla borghesia e dai suoi progetti. Così, l’esistenza stessa degli Stati Uniti in quanto Potenza imperialista più forte del mondo giustifica lo schierarsi a favore di regimi brutali che nella storia hanno avuto rapporti contradditori con l’imperialismo americano (non che vi si siano sempre contrapposti, come ci raccontano) quando questi regimi vengono minacciati dalle masse popolari che vogliono liberarsi dei propri decennali sfruttatori. Allo stesso modo oggi, per questi stalinisti, l’esistenza stessa degli Stati Uniti e della Nato dà alla Russia di Putin ogni diritto di difendersi e avere una sua area d’influenza, anche quando questo significa invadere militarmente un Paese semi-coloniale. «Certo Putin non è comunista», dicono, «ma è l’unico che lotta contro gli Usa, per questo va appoggiato “tatticamente”». Tutto nel nome di un antimperialismo che si riduce a un antiamericanismo privo di qualsiasi contenuto di classe reale. Ci limitiamo a rilevare che Lenin non ha mai inteso che bisognasse appoggiare la lotta di un brigante che cerca di costruire il proprio imperialismo a scapito dell’imperialismo più forte, nemmeno «tatticamente», altrimenti nella Prima guerra mondiale Lenin avrebbe appoggiato gli imperi centrali contro la Gran Bretagna, che all’epoca svolgeva lo stesso ruolo che svolgono oggi gli Stati Uniti nel sistema imperialista mondiale. La politica del bolscevismo, invece, prevedeva l’utilizzazione della guerra imperialista per fare la rivoluzione in ognuno dei Paesi belligeranti… ma d’altronde questi personaggi la prospettiva rivoluzionaria l’hanno abbandonata da lungo tempo.
L’altra posizione, maggioritaria, a sinistra è quella del «pacifismo», della finta neutralità in tutte le sue varianti, che cercheremo di indicare. Partiamo da una premessa: neutralità è un concetto molto diverso da quello del disfattismo bilaterale, che comunque non riteniamo corretto nel caso, come questo, di un’aggressione di una Grande Potenza contro un Paese dipendente, nei fatti semi-coloniale. Parlare di pace e di neutralità oggi è un inganno, perché in questa guerra ci sono un aggressore e un aggredito,37 e non si può tacerlo. Chiedere oggi la cessazione del conflitto, senza rivendicare il ritiro completo della Russia dal territorio ucraino e dalla Crimea, significa, sostanzialmente, concedere a Putin ciò che ha rubato agli ucraini con la forza delle armi. In Italia ci sono sostanzialmente due soggetti che avanzano questa posizione: il primo è la Rete dei comunisti, formazione stalinista che dirige il sindacato Usb e il sito Contropiano, che parlano di pace per mascherare il loro appoggio cosciente a Putin;38 il secondo è Rifondazione, che per il suo pacifismo si affida alle preghiere del Papa39 e all’azione dell’Onu, intesa come un’entità astratta, quasi metafisica: nella sua dichiarazione del 2 marzo, la Direzione nazionale del Prc scrive: «Bisogna immediatamente fermare le armi e riprendere la strada della diplomazia e del diritto internazionale ma Usa, Nato e Ue continuano a delegittimare il ruolo dell’Onu e dell’Ocse. L’unica via per la pace è quella del disarmo, del rispetto degli accordi di Minsk con il riconoscimento dell’autonomia delle regioni russofone e un’Ucraina neutrale in una regione demilitarizzata».40 Ci chiediamo secondo il Prc chi siano i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, unico organo delle Nazioni Unite le cui decisioni hanno un qualche peso reale, dato che non sembrerebbero essere Usa, Francia, Regno unito che secondo la dichiarazione delegittimano l’Onu stessa...
La realtà è che le istituzioni internazionali sono pilastri di quello stesso sistema imperialista di cui sono parte anche Usa, Ue, Nato, Russia e Csto, e non possono, anche solo per come sono state istituite e per come funzionano, andare contro gli interessi delle Grandi Potenze. Nessuna diplomazia può garantire una pace giusta se non a una condizione: che l’esercito russo venga sconfitto dalla resistenza ucraina e che si ritiri completamente in Russia. In qualsiasi altro caso, la diplomazia non sarebbe che la certificazione di una rapina ai danni delle masse popolari delle zone occupate dalla Russia. Ma ovviamente dire questo vorrebbe dire riprendere quel criterio politico di classe che Rifondazione ha volontariamente abbandonato da tempo in favore di questo suo «cretinismo istituzionale» che ha delle ragioni molto pratiche, quelle della sopravvivenza del suo ormai moribondo apparato burocratico.
Vi è infine la variante «di sinistra» della neutralità, quella che evita di prendere posizione contro l’invasione russa, perché quello che è in atto è un conflitto inter-imperialista tra Russia e Nato sul territorio dell’Ucraina.41 All’obiezione, lapalissiana, che la Nato non è intervenuta militarmente, rispondono dicendo che si tratta di una guerra per procura, condotta dall’Ucraina per interposta persona. Non si tratta che di un sofisma con cui ci si vuole rifiutare di schierarsi dalla parte della resistenza ucraina, oppure si vuole sostenere Putin senza dirlo apertamente. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, vi è però un salto di qualità tra normale politica e guerra, altrimenti non ci sarebbe bisogno, di usare due concetti distinti. Dire che la Nato ha sviluppato in Europa dell’est una politica espansiva aggressiva nei confronti degli interessi russi non è la stessa cosa che dire che la Nato ha mosso guerra alla Russia. Anche perché altrimenti non si capirebbe dove sarebbe il rischio dello scoppio di una terza guerra mondiale: se la Nato avesse attaccato la Russia saremmo già in piena terza guerra mondiale. Ovviamente non si può escludere che si arrivi a un conflitto militare tra Russia e Nato, ma al momento non è questo il caso. Non è questione di non comprendere la dialettica, qui siamo alla logica formale…
Come si può vedere, a sinistra parlando della guerra si parla di tutto, tranne di una cosa… degli ucraini!

 

La resistenza delle masse popolari ucraine

Quando l’esercito russo ha cominciato l’invasione dell’Ucraina, l’opinione comune era che l’operazione militare sarebbe terminata in breve tempo: la Russia possiede il secondo esercito più forte al mondo (dopo gli Stati Uniti e prima della Cina), mentre l’Ucraina il ventiduesimo.42 Aggiungiamo che, nonostante la pretesa di qualcuno che l’Ucraina stia conducendo una guerra per conto della Nato, le è stato dato minore supporto diplomatico che alla Polonia contro Hitler. Gli imperialismi occidentali con tutta evidenza erano più che disposti a concedere a Putin l’annessione del Donbas (oltre che della Crimea, che nessuno aveva mai messo seriamente in discussione) e, se Kyïv fosse caduta prima di un eventuale armistizio, probabilmente anche a concedere l’instaurazione di un governo gradito a Putin in Ucraina. Tutto si sarebbe svolto come avrebbe voluto Putin, se non fosse che la strenua resistenza degli ucraini ha completamente ribaltato lo scenario politico-militare del conflitto.
L’invasione da parte del secolare oppressore, che già aveva costretto con le operazioni dei gruppi fascisti filorussi nel Donbas a sette anni di guerra nell’est del Paese, ha condotto le masse ucraine a resistere: sia sostenendo l’esercito regolare ucraino e arruolandovisi volontariamente, sia mettendo in atto forme di resistenza partigiana nelle «Forze di difesa territoriale», con barricate o come a Kryvyj Rih, dove gli operai dell’acciaieria Arcelor-Mittal hanno combattuto e respinto gli invasori russi nel mese di marzo. La resistenza ucraina ha cambiato tutto nel giro di un paio di settimane. Il presidente Zelens'kyj, eletto nel 2019, si è trovato a condurre suo malgrado una guerra di difesa e liberazione nazionale. La sua riluttanza a dare armi alla popolazione, le leggi antioperaie approvate a invasione già iniziata che indeboliscono la resistenza operaia,43 il suo continuo tentativo di trovare una soluzione diplomatica che sacrificherebbe dei territori in cui la popolazione ha strenuamente resistito all’esercito invasore, dimostrano inequivocabilmente che Zelens'kyj sta conducendo una guerra non sua… e la sta conducendo non per vincerla, ma secondo logiche di classe, cioè per evitare che da questa guerra le masse popolari prendano coraggio e possano pensare non solo di sconfiggere Putin, ma anche di poter rovesciare e sostituire il sistema di potere corrotto dello Stato ucraino, che rimane tutt’oggi in mano agli oligarchi.
A fronte di questa resistenza, e delle richieste del governo ucraino, gli Stati imperialisti occidentali hanno deciso di mandare delle limitate44 forniture di armi all’Ucraina, per perseguire sostanzialmente tre scopi: 1) evitare che il crollo dell’esercito regolare ucraino porti a una resistenza popolare ancora più estesa, controllando maggiormente gli esiti della guerra; 2) indebolire la Russia, contrastando i suoi sforzi militari; 3) avere un’ulteriore scusa per l’aumento delle spese militari dei propri Paesi, aumento che non è assolutamente legato agli aiuti all’Ucraina date le proporzioni nella spesa.45
Compito dei rivoluzionari oggi è quello di sostenere la resistenza del popolo ucraino, anche se è guidata da Zelens'kyj che, come abbiamo detto, ad ogni passo la conduce ma contemporaneamente la sabota in parte, anche se riceve un sostegno dalle Potenze imperialiste che cercano comunque di sfruttare la resistenza ucraina per rafforzare le loro posizioni. Anzi, proprio perché nel campo militare ucraino ci sono queste contraddizioni, i rivoluzionari devono starci, al fianco delle masse, ma con piena indipendenza politica, denunciando le reticenze del governo, instillando sfiducia nell’imperialismo, cercando di aumentare la fiducia delle masse nelle proprie forze e nei propri organismi, in particolare quelli dei lavoratori come i sindacati, che in diverse regioni sono in prima linea nell’organizzazione della resistenza. Non solo questo non significa sostenere Zelens'kyj, ma significa prepararne politicamente la sostituzione con un governo dei lavoratori non appena sarà possibile.
Invece, tutta la sinistra diserta il campo della resistenza. Si comporta come se ci fosse in atto una guerra tra due Paesi imperialisti. «E, a dirla tutta, l’Ucraina se l’è anche cercata, perché dopo Majdan è pure un Paese fascista»… Indicativo in questo senso quanto scrive Alan Woods, principale dirigente della Tmi, secondo il quale: «In realtà, se Zelens'kyj fosse stato disposto a non entrare nella Nato e a negoziare un accordo di sicurezza con la Russia, forse l’invasione non avrebbe mai avuto luogo. In un primo momento alcuni segnali lasciavano pensare che Zelens'kyj avrebbe ceduto, perché in effetti sembrava in preda al panico. Solo che, sotto la pressione degli ultranazionalisti e dei fascisti, e soprattutto di Washington, si è rifiutato di negoziare. Ciò ha reso l’invasione inevitabile».46 E per non dover giustificare il proprio diniego di appoggiare la resistenza ucraina… ne nega sostanzialmente l’importanza, scrivendo un’apologia della strategia militare russa in questa guerra: «Dopo avere messo alla prova la resistenza delle forze nemiche in una prima offensiva su Kyïv, i russi hanno deciso che un attacco diretto sulla capitale, con combattimenti strada per strada in zone densamente abitate da civili, sarebbe stato troppo costoso in termini di vite umane. […] Una volta chiarito che era da escludere la conquista della capitale con un rapido colpo da Ko, i russi hanno cambiato tattica. Da quel momento in poi, il movimento verso Kyïv ha assunto una natura completamente diversa. Quello che inizialmente doveva essere un attacco contro la capitale è stato trasformato in una manovra che il vocabolario militare definisce come finta. […] I russi ci sono riusciti benissimo. Attaccando più fronti contemporaneamente, hanno indebolito la propria forza d’assalto. A prima vista sembrerebbe illogico, ma il vantaggio è stato costringere gli ucraini a disperdere le forze in più direzioni, soprattutto per la difesa della capitale, Kyïv. Tuttavia, Kiev non era più il principale obiettivo russo, che si era spostato sul Donbas e sulla striscia costiera che connette l’Ucraina al mar Nero, un ponte di terra fra la Crimea e la Russia. […] Questo è un momento critico per la guerra in Ucraina. L’accerchiamento e la distruzione di una vasta parte delle forze armate regolari del Paese avranno effetti catastrofici e presumibilmente porteranno a un crollo del morale. Ciò renderebbe superfluo conquistare Kyïv, come quando nel 1940 per l’esercito tedesco non fu più necessario mettere sotto assedio Parigi una volta che l’esercito francese era stato accerchiato e aveva subito una sconfitta decisiva sul campo. Questa è una possibile variante. Se, ciononostante, gli ucraini continueranno a resistere, la distruzione sarà spaventosa e, alla fine, dovranno capitolare, accettando qualsiasi condizione che i russi desiderino offrire».47
Il lettore ci perdonerà se l’abbiamo annoiato con la lunga citazione, ma ci pare abbastanza istruttiva sulle opinioni politiche dell’autore: 1) i giorni di bombardamenti russi contro Kyïv erano solo una «prova» per saggiare la resistenza; 2) l’indebolimento della propria forza d’assalto, da parte dei russi, era una «finta» riuscita funzionale a far disperdere le forze ucraine su un vasto fronte; 3) i russi così hanno potuto operare un cambiamento strategico e concentrare le forze dove più gli interessava, cioè nel Donbas (verrebbe da chiedersi perché, secondo questo schema, non lo abbiano fatto subito…); 4) è probabile un crollo del morale nell’esercito ucraino (nonostante, appunto, sia riuscito a difendere la capitale e le principali città) che renderebbe superflua la presa di Kyïv; 5) se tuttavia gli ucraini continueranno a resistere, andranno incontro a una distruzione spaventosa e comunque dovranno arrendersi… quindi tanto vale che si arrendano prima! Ci sorprendiamo nel constatare quanto sedicenti rivoluzionari che a parole sono contro entrambi gli imperialismi (Nato e Russia, secondo la Tmi) desiderino ardentemente la vittoria di Putin e chiedano alle masse ucraine… di lasciarlo vincere!
Ovviamente non diciamo che una vittoria russa sia esclusa, anzi: la forza militare è dalla sua e sulla lunga la disparità potrebbe farsi sentire, ma la mera forza non è l’unico fattore in campo. C’è anche il morale, tanto quello dell’esercito e della popolazione invasa come quello nell’esercito e nelle retrovie dell’invasore. Il Vietnam, con l’aiuto delle armi sovietiche, è riuscito a sconfiggere l’invasione statunitense, a sua volta fiaccata dalle mobilitazioni in patria. Per quanto difficile la storia può ripetersi, e come rivoluzionari non possiamo dire a chi sta combattendo di arrendersi e sperare in tempi migliori sotto l’occupazione straniera… sarebbe un modo molto sui generis di preparare la rivoluzione!

 

La questione dell’invio delle armi

Una questione scottante è quella dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Praticamente la totalità delle organizzazioni di sinistra si oppone all’invio delle armi, perché «prolungherebbe il conflitto». Si torna alla posizione di Alan Woods: il pacifismo della sinistra si traduce nella resa degli ucraini di fronte alla Russia. Ma vi è anche una piccola minoranza che sostiene la resistenza ucraina, ma ritiene che non vadano chieste armi ai Paesi imperialisti. Insomma, sosteniamo la resistenza… ma questa deve farcela da sola e solo con quello che ha!
La Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale è coerentemente al fianco della Resistenza ucraina, e la invita a chiedere le armi a chiunque possa fornirle, anche ai Paesi imperialisti, senza nessun impegno politico in cambio di queste armi. Le guerre si fanno con le armi, la resistenza si fa con le armi, e nel 2022 non ci sono armi che non siano prodotte da Stati borghesi o da imprese capitaliste. Aggiungiamo che anche la resistenza partigiana in Italia ha fatto uso delle armi mandate (loro malgrado) dagli imperialisti britannici e statunitensi. Il problema non è non accettare le armi, o non rivendicarle, ma mantenere l’indipendenza politica di classe.
Ma perché non sia un vuoto mantra, cerchiamo di indicare in cosa consiste questo mantenimento dell’indipendenza di classe. Significa che, mentre rivendichiamo armi per la resistenza ucraina e diciamo anche alla resistenza di chiederle ai Paesi della Nato, avvertiamo le masse popolari ucraine che gli imperialisti occidentali sono dei briganti che vogliono a loro volta sottomettere l’Ucraina, solo con metodi meno diretti, e che quindi non devono fidarsi di loro e non dovranno, una volta sconfitta l’invasione russa, consegnare loro il Paese. Significa che, mentre rivendichiamo armi per l’Ucraina da parte della Nato, ci opponiamo a qualsiasi intervento militare e chiediamo con forza lo scioglimento dell’Alleanza atlantica. Significa che, mentre chiediamo che il governo italiano mandi armi moderne (e non dei ferri vecchi) in Ucraina per la resistenza, non plaudiamo all’aumento di spese militari, ma anzi denunciamo che è stato deciso non per aiutare gli ucraini, ma per gli interessi dell’imperialismo italiano.48 Significa che, mentre diciamo alle masse popolari ucraine e ai lavoratori di lottare contro i russi nella stessa trincea dell’esercito regolare sotto il comando di Zelens'kyj, denunciamo le reticenze nel condurre a fondo la lotta contro l’invasore armando le masse, condanniamo le leggi antioperaie che indeboliscono la resistenza stessa, e avvertiamo le masse che la borghesia ucraina, di cui Zelens'kyj è il rappresentante, sarà domani pronta a svendere la vittoria per un accordo con Putin che le permetta di rafforzare le proprie posizioni rispetto a quelle delle masse in armi.
È questo l’unico modo che conosciamo per aiutare la resistenza e per preparare le masse ucraine per la rivoluzione.
Certo, la guerra è una situazione quanto mai contraddittoria, intervenirci significa «sporcarsi le mani», ma astenersi significherebbe lasciare le masse ucraine in balia della propria borghesia e dell’imperialismo di Usa, Ue e Nato. Questo sì che sarebbe un tradimento di classe nei confronti dei lavoratori ucraini.

 

Dalla resistenza ucraina agli Stati uniti socialisti d’Europa

Abbiamo visto come la resistenza ucraina abbia cambiato lo scenario della guerra, sconfiggendo la blitzkrieg ipotizzata da Putin. Non possiamo qui riassumere le vicende militari, ma alcune cose possiamo dirle: 1) all’inizio l’operazione militare russa era finalizzata a una rapida vittoria sull’esercito ucraino, assediando le principali città e in particolar modo Kyïv; 2) dopo quasi un mese di assedio delle città, l’esercito russo ha dovuto prima di fine marzo ritirarsi sia verso il territorio russo che verso la Bielorussia; 3) le uniche zone rimaste tra quelle occupate all’inizio del conflitto sono nel sud, nella regione di Cherson, e nella zona di Luhans’k, così le operazioni si sono spostate nel Donbas.49 Nonostante la sconfitta a Kyïv, lo spostamento dell’obiettivo nel Donbas, vicino al confine russo, dovrebbe facilitare le cose all’esercito di Putin, ma questa è solo una faccia della medaglia, e nemmeno la più importante.
Secondo quanto riportato, Putin aveva mandato i suoi soldati in Ucraina allo sbaraglio e senza dire loro cosa stavano per fare. Questo, insieme alle proteste (duramente represse) in Russia dei primi giorni di guerra, ha minato il morale dell’esercito di leva russo, tanto che Putin ha dovuto mandare in campo, già a metà marzo, delle milizie cecene. Ora il fronte interno russo sembra più calmo, sui media non passano più notizie di manifestazioni contro la guerra, ma non vuol dire che tutto sia in discesa per Putin. Dal mese di marzo opera all’interno dell’esercito ucraino una speciale unità composta solo da russi chiamata Svoboda Rossii (Libertà per la Russia), che lotta contro l’invasione russa con la prospettiva di poter rovesciare il regime di Putin.50 Inoltre, sembrerebbe si stiano moltiplicando i casi di renitenza alla leva in Russia.51
La situazione, come sempre in questi casi, non è determinata in anticipo: per quanto difficile, la resistenza ucraina all’invasione può vincere, soprattutto se le masse popolari riescono ad armarsi e a prendere nelle loro mani la direzione di questa guerra di liberazione nazionale per superare le reticenze del governo Zelens'kyj. Una sconfitta di Putin darebbe un impulso alle lotte in tutta la regione, a partire da Bielorussia e Kazakistan, oltre che ovviamente dall’Ucraina stessa: per le masse ucraine, che 8 anni fa hanno già sconfitto la repressione di Janukovyč, sconfiggere oggi Putin significherebbe un’esperienza e uno stimolo incomparabili, e sarà difficile a quel punto per la borghesia ucraina e l’imperialismo disarmare le masse che avevano lottato contro l’invasione e sottoporle al «normale» sfruttamento capitalista. Una sconfitta di Putin minaccerebbe di far crollare il regime costruitosi in Russia negli ultimi 23 anni, liberando un potenziale immenso. E ovviamente sarebbe un impulso immenso per la lotta di tutti i popoli oppressi contro l’imperialismo.
Il Partito di alternativa comunista, sezione italiana della Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale, si schiera a fianco della resistenza ucraina, con piena indipendenza di classe rispetto alla direzione politica del borghese Zelens'kyj e dell’imperialismo di Usa, Ue e Nato. Appoggia tutte le iniziative a sostegno della resistenza, come la Carovana di aiuti operai per l’Ucraina promossa dalla Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta, e rivendica armi per le masse ucraine che lottano per la loro indipendenza contro l’invasione di Putin. La vittoria contro l’esercito russo sarà il primo passo della lotta rivoluzionaria in tutta Europa. Fin da oggi ci opponiamo a qualsiasi intervento della Nato nel conflitto e chiediamo il suo scioglimento, in quanto strumento del militarismo imperialista, ma parimenti chiediamo lo scioglimento del Csto, che è stato uno strumento per reprimere le lotte dei lavoratori in Kazakistan lo scorso gennaio. Diciamo con forza che la sacrosanta indipendenza dell’Ucraina e il suo sviluppo, e così per tutti gli altri Paesi dell’Europa, non potrà avvenire all’interno dell’Unione europea imperialista, ma solo attraverso una nuova Europa, fondata sulla libera unione, politica ed economica, dei popoli, una Europa dei lavoratori, gli Stati uniti socialisti d’Europa.
Se i lavoratori e le masse oppresse di tutta Europa non faranno di questa lotta, a partire appunto dall’odierna lotta della resistenza ucraina contro l’invasione di Putin, la loro lotta, il futuro che ci prospetta il capitalismo sarà un futuro di continue guerre. Sta a noi, e alle masse ucraine che oggi sono in prima linea, lottare per porre fine alla barbarie.

 

Note

1) Kryvyj Rih è un bacino ferrifero che si trova direttamente ad ovest del Donbas.

2) Vedi il report della Carovana di aiuti operai sul sito della Rete sindacale a questo indirizzo: https://bit.ly/CmpUkr.

3) Ci riferiamo al dibattito sulla natura dello Stato russo, se cioè sia una metropoli subimperialista o imperialista tout court, definizione che comunque non renderebbe meno importanti nell’analisi le caratteristiche peculiari della Russia, che eredita una forza militare imponente dall’Urss, ma la cui economia si basa fondamentalmente sull’estrazione del petrolio e del gas naturale.

4) Acronimo inglese per Organizacija dogovora o kollektivnoy bezopasnosti, organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, alleanza militare formalmente creata nel 1992, ma attiva dal 2002 quando si è dotata di strutture comuni e di una forza di intervento specifica.

5) Fino al 2000, il 93% delle esportazioni russe di gas passavano attraverso gasdotti ucraini. L’Ucraina fin dal 1992 ha utilizzato questo «monopolio logistico» per contrattare prezzi scontati per le sue forniture di gas, che arrivano per il 60% dalla Russia (il resto da produzione nazionale). La Russia ha cominciato a pianificare una diversificazione delle esportazioni dal 1994, progettando e costruendo gasdotti attraverso Bielorussia, Polonia e Turchia, che le permettessero di limitare la sua «dipendenza» dai gasdotti ucraini, consentendo alla Russia di alzare il prezzo del gas per l’Ucraina. Alla fine del 2013 solo il 49% del gas russo diretto in Europa passava dall’Ucraina.

6) L’accordo prevedeva, tra le altre cose, l’accesso alla Banca centrale europea per gli investimenti e l’istituzione di una zona di libero scambio globale e approfondito (cioè con libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone).

7) Il 3 settembre 2013, in occasione della prima seduta della Rada ucraina dopo la pausa estiva, Janukovyč ha esortato il parlamento a adottare leggi opportune affinché l’Ucraina potesse soddisfare i criteri richiesti dall’Unione europea, e potesse quindi firmare il trattato nel novembre 2013. Il 18 settembre, il governo ucraino ha approvato all’unanimità il progetto di accordo di associazione con l’Ue.

8) Non firmato, “Ukraine drops Eu plans and looks to Russia”, 21 novembre 2013, pubblicato sul sito di Al jazeera e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/AJZuno; non firmato, “Putin says Ukraine-Eu deal a threat to Russia”, 27 novembre 2013, pubblicato sul sito di Al jazeera e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/AJZdue.

9) Non firmato, “Ukraine «still wants to sign Eu deal»”, 29 novembre 2013, pubblicato sul sito di Al jazeera e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/AJZtre.

10) In relazione alla popolazione totale di Kyïv (quasi 3 milioni di abitanti) e, soprattutto alla dimensione di massa che le manifestazioni assumeranno in seguito: si stima, per le prime manifestazioni, tra i 5.000 e i 10.000 partecipanti.

11) Nicola Lombardozzi, “Kyïv, assalto ai palazzi del potere. 200 mila in piazza contro Janukovyč. «È la nuova rivoluzione arancione»”, 2 dicembre 2013, pubblicato sul sito de La Repubblica e consultabile a questo indirizzo https://bit.ly/K200na.

12) Non firmato, “Kyïv: 200 mila in piazza per l’Europa, abbattuta una statua di Lenin”, 8 dicembre 2013, pubblicato sul sito de Il sole 24 ore e consultabile all’indirizzo https://bit.ly/UkrLN. L’abbattimento della statua di Lenin sarà una delle prove addotte dagli stalinisti per etichettare la rivolta come «colpo di Stato fascista finanziato dalla Cia».

13) Non firmato, “Ukraine crisis: what we know about the Kyïv snipers”, 3 aprile 2014, pubblicato sul sito della Bbc e consultabile all’indirizzo https://bbc.in/3MbsfGY.

14) L’accordo venne sottoscritto dal partito Patria di Julija Tymošenko, ex primo ministro allora in carcere, da Udar (Alleanza democratica ucraina per la riforma, di tendenza europeista) e da Svoboda, partito nazionalista indicato come principale artefice del «colpo di Stato fascista».

15) L’accordo prevedeva elezioni anticipate per il dicembre 2014, mentre avrebbero comunque dovuto tenersi all’inizio del 2015.

16) Janukovyč tenne una conferenza stampa a Rostov sul Don il 27 febbraio, nella quale sostenne di essere stato deposto illegalmente con un colpo di Stato simile a quello di Hitler.

17) Non firmato, “Ucraina: destituito Janukovyč, occupata la sua villa. Tymošenko libera”, 22 febbraio 2014, pubblicato sul sito de Il fatto quotidiano e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/JnkMjdn.

18) Pilar Bonet, “El Majdan se niega a disarmarse”, 24 febbraio 2014, pubblicato sul sito di El Pais e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/ElParm.

19) Metodo opposto a quello contenuto, ad esempio, nelle “Tesi sull’Ucraina” approvate dalla Tendenza marxista internazionale (la cui organizzazione italiana è Sinistra classe e rivoluzione) nel suo Congresso del 2014, in cui si può leggere: «Sebbene riflettesse un malcontento reale e avesse, soprattutto all’inizio, un carattere di massa, il movimento Jevromajdan sotto la maschera di una lotta contro la corruzione e la repressione era, in ultima analisi, un movimento reazionario da vari punti di vista: composizione di classe, obiettivi politici, forze politiche e direzione dominanti». È consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/ImtUkr.

20) Questo gruppo a fine febbraio 2014 ha distribuito una piattaforma in 10 punti, mirante a raccogliere gli attivisti di sinistra all’interno del movimento di Majdan, che comprendeva tra l’altro la nazionalizzazione della grande industria, istruzione e sanità gratuita, la dissoluzione delle forze speciali di repressione, una tassazione sui beni di lusso. È consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/LeOpp.

21) Letteralmente «Lotta», è nato nel 2011. Non ha alcun legame, se non il nome, con la storica organizzazione nata nel 1918.

22) In Italia, questo è stato il caso, in particolare, del Partito comunista dei lavoratori di Ferrando, che, dopo aver espresso questa posizione pilatesca, ha visto un’involuzione delle proprie posizioni avversando frontalmente Majdan con l’unico opportunistico scopo di avviare una polemica contro il nostro sostegno alla mobilitazione, che per i nostri sfortunati critici era diventato un «sostegno ai fascisti ucraini». Successivamente hanno tentato di contrapporre a Majdan la «rivoluzione socialista» dei separatisti filorussi nel Donbas…

23) Per approfondire sul Pravyj sektor rimandiamo ad Andrea Ferrario, “Pravyj sektor: le torbide acque del neofascismo ucraino”, 2 aprile 2014, pubblicato sul blog Crisi globale e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/PrvSktr. Su questo stesso blog si trovano molti approfondimenti interessanti sulle vicende ucraine.

24) È il metodo che viene adottato, ad esempio, nelle già citate “Tesi sull’Ucraina” della Tmi (in Italia Scr), in cui si dice: «Non potevamo in alcun modo sostenere il deposto governo Janukovyč, ma il nuovo governo insediatosi è, se possibile, ancora più reazionario. Si sostiene, cioè, il carattere reazionario di Majdan sulla base del fatto che il governo provvisorio fosse più reazionario (sic!) di quello di Janukovyč».

25) Le due «Repubbliche popolari» tentarono di formare una federazione, denominata Federazione della nuova Russia, proclamata il 24 maggio 2014 e sospesa il 20 maggio 2015.

26) James Petras, “Intervista a Radio centenario (Uruguay)”, 5 maggio 2014, trascritta sul blog Diário Liberdade e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/JPDLib. Traduzione nostra dal portoghese.

27) J. Petras, “Intervista a Radio centenario (Uruguay)”, 2 luglio 2014, trascritta sul blog Sociología crítica e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/JPSocCri. Traduzione nostra dallo spagnolo.

28) Oggi la realtà è talmente evidente che anche il Fronte della gioventù comunista, formazione neo-stalinista che continua a rivendicare la sua opposizione a Majdan e che ha assunto oggi una posizione pacifista, è costretta a dire che «Il carattere operaio e popolare della rivolta esplosa contro il regime nazionalista ucraino nel 2014 è stato da tempo neutralizzato; i leader politici e militari che erano stati alla testa di quel processo sono stati liquidati o emarginati dalle forze borghesi locali che sono diretta espressione degli interessi della Russia capitalista e dei suoi monopoli. Le popolazioni di Donec’k e Luhans’k sono state utilizzate come carne da macello nella competizione imperialista». “Dichiarazione della segreteria nazionale Fgc sull’invasione russa dell’Ucraina”, 24 febbraio 2022, consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/FgcUkr.

29) Zbigniew Marcin Kowalewski, “The oligarchic rebellion in the Donbas”, 27 gennaio 2015, pubblicato sul sito International viewpoint e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/ZmkIVp1. La traduzione è nostra dall’inglese.

30) Cfr. Jacopo Custodi, “Ucraina: altro che «compagni». La repubblica di Donec’k e l’ombra nera di Aleksandr Dugin”, 13 agosto 2014, pubblicato sul sito Eást Journal e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/JCeastJ.

31) La citazione è riportata dall’intervista rilasciata da Gubarev alla Rossijskaja gazeta (quotidiano del governo russo) e consultabile in russo a questo indirizzo: https://bit.ly/RssGz. La traduzione è nostra dalla versione inglese riportata da Z.M. Kowalewski (vedi nota seguente).

32) Z.M. Kowalewski, “Russian white guards in the Donbas”, 29 giugno 2014, pubblicato su International viewpoint e consultabile all’indirizzo https://bit.ly/ZmkIvp2. La traduzione dall’inglese è nostra.

33) Come l’appello del 17 maggio 2014 di Igor Strelkov, all’epoca neoministro della difesa della Repubblica popolare di Donec’k, in cui il monarchico russo conferma che non vi era alcuna mobilitazione popolare, né tantomeno dei minatori della regione, a sostegno delle repubbliche separatiste. Il video dell’appello su YouTube risulta oggi oscurato, ma è ancora possibile trovare su internet la trascrizione, ad esempio a questo indirizzo: https://bit.ly/Strlkv.

34) Non è un segreto come Putin sia l’idolo della maggior parte delle formazioni di estrema destra di tutta Europa, che hanno inviato militanti a sostegno dei separatisti nel Donbas.

35) Sinistra classe e rivoluzione commemora la Strage di Odessa scrivendo «Noi non dimentichiamo». Pubblicare un trafiletto del genere mentre le masse popolari ucraine muoiono sotto le bombe di Putin, diffondendo una versione distorta dei fatti di quel drammatico avvenimento, quasi a voler mettere le due cose sullo stesso piano, quasi a dire che entrambe le parti hanno delle colpe, ci sembra inqualificabile.

36) A. Ferrario, “La strage di Odessa del 2 maggio 2014”, 9 maggio 2022, pubblicato sul blog Crisi globale. Questo articolo fa parte di una serie di 4 approfondimenti intitolata “Miti e realtà: sui fascisti in Ucraina, nel Donbas, in Russia, e sulla strage di Odessa”, ed è consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/StrgOdss.

37) Il marxismo insegna che per determinare chi è l’aggressore e chi l’aggredito non bisogna guardare a chi ha sferrato il primo colpo, ma bensì, dato che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, a chi ha portato avanti una politica di aggressione. Tuttavia, queste considerazioni sono subordinate anche ad un’analisi del carattere di classe dei Paesi belligeranti: un Paese imperialista è per definizione aggressore nei confronti di un Paese dipendente, perché tutta la sua esistenza in quanto Paese saccheggiatore delle ricchezze altrui è un’aggressione contro il Paese dipendente.

38) La Rete dei comunisti, di fronte all’attacco russo all’Ucraina, organizzava manifestazioni come quella sotto la Nato a Milano, con striscioni che recitavano «Guerra alla guerra imperialista», «Fuori la Nato dall’Europa!» e ancora «Smilitarizziamo i nostri Paesi!», dando prova di aver perfettamente capito chi sono aggressori e aggrediti! Vedi il report della manifestazione sul sito Contropiano a questo indirizzo: https://bit.ly/ManMilan.

39) Il 24 marzo, Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione, ha scritto sulla sua pagina Facebook: «Noi la pensiamo come Papa Francesco sulle spese militari e sulla guerra in Ucraina».

40) “Fuori la guerra dalla storia. Contro Putin e la Nato. Chi invia armi alimenta il conflitto”, consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/PrcSeUkr. Rileviamo che, pur dicendosi contrari sia a Putin che alla Nato, nella dichiarazione vi sono molti passaggi (come quello citato) in cui la colpa per la prosecuzione delle operazioni belliche russe in Ucraina sia da attribuire… a Usa, Ue e Nato!

41) Questa è la posizione che esprimono Sinistra classe e rivoluzione, il Fronte della gioventù comunista e alcune formazioni ultrasinistre di origine bordighista.

42) Questi dati, aggiornati al 2022, sono forniti dal Global firepower attraverso la costruzione di un indice chiamato PowerIndex che considera 50 singoli fattori, tra cui anche capacità logistiche e finanziarie. La classifica è consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/Gfp2022.

43) Fortunatamente, a quanto ci risulta, queste leggi non stanno trovando applicazione pratica, dato anche che in molti luoghi gli operai si armano e si organizzano per difendersi dall’esercito russo, e non sarebbero quindi disposti ad accettare facilmente altri attacchi contro di loro. Per approfondire sugli aspetti di queste leggi e sulla posizione della Lega internazionale dei lavoratori a riguardo rimandiamo a: Herbert Claros, Pavel Polska, “Ucraina: la legge che attacca i diritti dei lavoratori aiuta il genocida Putin”, 7 aprile 2022, pubblicato sul sito di Alternativa comunista e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/AcUkr.

44) Si tratta in maggioranza di forniture di armi leggere (per combattere contro i mezzi pesanti russi!) e spesso si tratta addirittura di equipaggiamento dismesso dagli eserciti dei Paesi imperialisti perché obsoleti.

45) L’esempio più clamoroso di questo è la Germania, che ha usato questa crisi per cominciare un processo che la porterà, secondo i progetti annunciati dal governo tedesco, a ricostruirsi come Potenza militare (la Germania si trova oggi al sedicesimo posto della classifica degli eserciti più potenti secondo il già citato indice di Global firepower).

46) Alan Woods, “La guerra in Ucraina: realtà e finzione”, 12 aprile 2022, pubblicato sul sito Rivoluzione e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/WoodsUkr.

47) Ivi.

48) «Gli interessi che il governo Draghi difende non sono quelli dei lavoratori, dei giovani, delle donne e degli sfruttati in generale (che sono i primi a pagare il conto di queste politiche guerrafondaie). Né tantomeno il governo intende sostenere la resistenza del popolo ucraino contro l’aggressione di Putin. Gli interessi che difende sono quelli della grande borghesia che vuole imporre la propria politica di rapina nei confronti dei Paesi dipendenti, protetta dalla forza di esercito, marina e aeronautica». Alberto Madoglio, “Governo Draghi: soldi per il riarmo, austerità per i lavoratori”, 24 marzo 2022, pubblicato sul sito di Alternativa comunista e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/AcMltExp.

49) Verrebbe da chiedersi, se il movimento di massa nel Donbas fosse reale, come mai anche lì l’esercito «liberatore» russo non è riuscito ad avanzare.

50) Aime Ferris-Rotman, “The russians fighting Putin in Ukraine”, 8 aprile 2022, pubblicato sul sito del Time e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/RssUkrLg.

51) Riccardo Michelucci, “Ucraina. Sabotaggi, diserzioni, proteste. Il malessere dei soldati russi”, 11 maggio 2022, pubblicato sul sito di Avvenire e consultabile a questo indirizzo: https://bit.ly/RssDsrt.

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