Partito di Alternativa Comunista

Legge di bilancio 2022: nulla di buono per i lavoratori

Legge di bilancio 2022: nulla di buono per i lavoratori

 

 

Dipartimento sindacale Pdac

 

 

È stato approvato in questi giorni il Disegno di legge per il Bilancio. Troppo semplice definirlo un provvedimento lacrime e sangue, perché le frasi fatte non restituiscono adeguatamente l’ingiustizia della rapina che si sta effettuando ai danni della classe lavoratrice.

 

I capitalisti fanno incetta

Per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) il governo italiano ha richiesto il massimo delle risorse disponibili, 191,5 miliardi di euro, di cui 68,9 miliardi in sovvenzioni (finanziamenti a fondo perduto) e 122,6 miliardi in prestiti (a condizioni sociali capestro). In agosto la Ue ha concesso al governo Draghi un acconto di 24,9 miliardi, equivalenti al 13% del finanziamento. Questi soldi non provengono dalle tasche private di banchieri e industriali Ue ma dal lavoro produttivo dei salariati e dalla fiscalità generale, diretta e indiretta. Di fatto, sono ricchezze sociali di cui si sono impossessati i capitalisti e saranno redistribuite ai governi amici di ciascuno Stato. Da questi non andranno in atti di filantropia né di generosità ma fileranno lisci nelle tasche dei padroni, dei finanzieri e di filibustieri di ogni risma al loro servizio. Il dispositivo di Bilancio serve anche a coprire la raccolta di risorse per pagare quelle spese.
A peggiorare la situazione, le clausole palesi e occulte per la concessione dei fondi: smantellamento dei servizi pubblici, licenziamenti, contratti di lavoro con profili di precarietà strutturale, stretta sulle pensioni dei lavoratori. Tutte misure cui stiamo assistendo in Italia, con il via libera ai licenziamenti arbitrari di massa e individuali, con l’attacco alle pensioni di queste ore, con lo smantellamento della storica compagnia di bandiera Alitalia, con il ridimensionamento del già esiguo reddito di cittadinanza, con il taglio a tutte le politiche sociali, alla sanità pubblica, alla scuola, alle politiche per la casa, ai trasporti. In pratica, stiamo finanziando banchieri e industriali ricevendo in cambio legnate.

 

Debito e austerità

Il Consiglio dei Ministri del 28 ottobre scorso ha approvato il disegno di legge di bilancio (Dlb) per il 2022, un atto di politica economica decisivo. Lo scopo del governo è di ridurre il debito pubblico portandolo dal 9,6% al 5,6%: sospinge il Paese sulla via dell’austerità, verso il rispetto di quei vincoli di bilancio che hanno messo in ginocchio l’intera periferia d’Europa.
La manovra è data dalla differenza tra le spese e le entrate già previste per il 2022 e le nuove spese ed entrate introdotte dal governo; e ammonta (tra maggiori spese e minori entrate) a circa 24 miliardi di euro. La maggior parte di queste risorse riguarda un piano di controriforma fiscale. Per questa sono stanziati 6 miliardi di euro che si vanno ad aggiungere ai 2 già previsti sullo stesso capitolato: un finanziamento destinato a sostenere Irpef e Irap. L’Irpef drena risorse dal lavoro dipendente con prelievo alla fonte: un bancomat dal quale i governi borghesi di ogni colore politico che fin qui si sono succeduti hanno prelevato enormi quantità di denaro senza che il proletariato abbia mai avuto la minima possibilità di opporvisi. L’Irap rappresenta la sorgente di contribuzione alla fiscalità diretta generale a carico degli imprenditori. Questi ultimi hanno, di fatto, innumerevoli possibilità di eludere o evadere il fisco, protetti un’impunità quasi certa. Confindustria alza però la voce, per pretendere che sia abolita o ridotta ancor più l’Irap. Dalle aree politiche più becere si reclama una flat tax, cioè uno strumento che pialla la tassazione dei maggiori patrimoni a tutto svantaggio dei redditi da lavoro dipendente, sui quali scaricare allegramente il peso del rastrellamento di denaro. L’ipotesi su cui sta lavorando il governo prevede qualcosa di meno esplicito ma simile: una rimodulazione degli scaglioni Irpef in modo da redistribuire al loro interno i volumi di tassazione. In questo modo, dietro la maschera di un’apparente riduzione della tassazione diretta delle fasce infime di reddito, si lascia libero il campo al finanziamento dell’Irap.
In questo capitolato sono previsti 2 miliardi di euro per sovvenzionare le imprese che si occupano di produzione e distribuzione di risorse energetiche, in massima parte multinazionali. Con il pretesto di contenere gli aumenti delle tariffe, che in questi giorni hanno raggiunto livelli incresciosi per il proletariato, si vanno a incoraggiare le grandi imprese che applicano gli aumenti.

 

Finanziamento alle imprese private e reddito di cittadinanza

Il finanziamento alle imprese private è la seconda voce più consistente della manovra, dopo il fisco, ed è esplicitamente destinata a sovvenzionare le imprese private: 4,1 miliardi di euro dedicati a finanziare l’internazionalizzazione delle imprese (delocalizzazioni, in buona sostanza), i contratti di sviluppo (soldi alle imprese, anche estere, che realizzano grandi investimenti in Italia), gli acquisti di beni strumentali (costi delle imprese che vengono trasferiti allo Stato) ed un fondo per la liquidità alle piccole e medie imprese. Per la massima parte di tratterà di finanziamenti a fondo perduto: praticamente un regalo, una massa enorme di denaro messa a servizio del profitto privato senza alcun ritorno per i lavoratori e le classi sottomesse.
Il reddito di cittadinanza (Rdc), nonostante la denominazione retorica, è un sussidio di povertà. Benché striminzito - un’elemosina insufficiente a sopperire persino alle più elementari esigenze dell’abitare, del nutrirsi e del vestirsi - è mal visto da Bonomi. Confindustria non gradisce la presenza di un calmiere di Stato ai salari. Il suo astio non riposa su dati oggettivi, vista l’esiguità della somma elargita, ma su ragioni ideologiche neoliberiste, perciò tanto più bieche e di classe.
La misura è rifinanziata con uno stanziamento di 1 miliardo per il 2022, il che permette la parificazione alle stesse risorse del 2021 (circa 8,8 miliardi). Però, sotto la pressione degli industriali, il governo provvede al ridimensionamento dello strumento. I disoccupati vedranno ridursi 5 euro al mese a partire dal sesto mese, a prescindere dalla presenza o meno di offerte di lavoro. Le condizioni di erogazione del sussidio peggiorano: non si potrà rifiutare più di due offerte di lavoro (fino ad oggi tre), che potrebbero essere a tempo determinato fino a 80 km dalla residenza, o in somministrazione, o part-time. Se a tempo indeterminato, potrebbero essere in tutta Italia a partire dalla seconda offerta. In caso di rifiuto, si perde il Rdc.
Inoltre, la somma che prima era trasferita al datore di lavoro che assumeva a tempo indeterminato, sarà ora trasferita al padrone anche se assume part-time, a tempo determinato e addirittura in apprendistato. Ma non basta: il 20% del sussidio sarà trasferito, in caso di occupazione, alle agenzie di collocamento private, che hanno così tutto l’interesse a precipitare il percettore di Rdc verso fasce più basse del mercato del lavoro, con offerte di occupazione a condizioni misere che potranno essere rifiutate solo a costo di perdere il sussidio. Le mire della Ue e di Confindustria sono accontentate: il Rdc è il cavallo di Troia per amplificare la pianificazione delle imprese a sostituire lavoratori stabili con schiavi salariati sempre più precari.

 

L’attacco del governo Draghi alle masse popolari su mandato Ue

La manovra economico finanziaria non è un atto isolato né un impegno locale italiano ma la messa in opera del disegno neoliberista pluridecennale di banchieri e industriali dell’Ue, reso più aggressivo in questi mesi dagli eventi peggiorativi della crisi economica mondiale in corso, aggravata dalla comparsa della pandemia da Sars-Covid-19. Il governo italiano non fa altro che associarsi alle iniziative capitaliste che colpiscono il proletariato di tutta Europa. Nel nostro Paese la reazione padronale a scaricare i costi della loro crisi sulle spalle delle classi oppresse è incoraggiata dal collaborazionismo delle sinistre istituzionali e riformiste e dall’assenza di replica da parte dei massimi dirigenti delle organizzazioni sindacali di massa.
Il governo sta infatti lavorando senza intralci sociali né politici all’implementazione delle riforme strutturali pretese dalla Ue in cambio dei finanziamenti. Tra queste, ha già realizzato: a) il decreto sulla concorrenza, che spiana la strada alla cessione dei monopoli ai privati; b) la controriforma delle pensioni che prevede il ripristino della legge Fornero; c) lo snellimento del Rdc, che indebolisce ulteriormente  la posizione contrattuale dei lavoratori; d) la prima fase della controriforma fiscale, che ignora le condizioni capestro del prelievo fiscale in busta paga dei lavoratori dipendenti e conferma i privilegi dei redditi da capitale (redditi d’impresa e capitali parassitari finanziari).

 

La risposta dei lavoratori

Nei luoghi di lavoro ascoltiamo i brontoloni che ripetono il mantra «nessuno fa niente, non cambierà mai nulla». Ebbene, mai come in queste settimane i brontoloni si rivelano infondati. I lavoratori e le lavoratrici Alitalia in lotta da un anno sono partiti da Roma a raccogliere intorno a sé fronti di lotta di classe come la Gkn di Firenze, la Whirlpool, Gianetti Ruote, Disoccupati Napoli, segmenti di classe non riformisti del movimento delle donne e ampi settori di studenti, con manifestazioni in mezza Italia, tuttora in corso in questi minuti in cui stiamo scrivendo. Naturale che i media capitalisti tentino in ogni modo di occultare queste notizie entusiasmanti, il loro scopo è quello di scoraggiare la risposta operaia agli attacchi del padronato sferrati attraverso l’azione del governo. Questa ampia risposta di classe è vista dal padronato come la minaccia di un nuovo Sessantotto e la piazza reazionaria di Roma con la presa del palazzo Cgil è un sinistro ammonimento. Ammonimento di cui, tuttavia, le massime direzioni della Cgil e di Cisl e Uil non hanno alcun bisogno, perché il loro tradimento delle necessità operaie è strutturale e collaudato in anni e anni di trattative a perdere, in sede nazionale o decentrata, in cui gli unici a rimetterci sono stati i lavoratori. Da ciò la spiegazione dell’abbraccio di Draghi a Landini dopo la presa del palazzo della Cgil a Roma. Il sinistro ammonimento romano non è diretto ai massimi dirigenti sindacali ma alle migliaia di lavoratori iscritti che si credono rappresentati da costoro; e mette in discussione non i dirigenti, non Landini, ma l’esistenza di organizzazioni storiche di rappresentanza della classe lavoratrice. Ciò nonostante, la risposta sociale e politica di settori di avanguardia della classe operaia e lavoratrice italiana prende coraggio, lucidità, lotta in piazza e mette in discussione il governo Draghi, a partire dal traumatico smantellamento di Alitalia.
Adesso occorre sollecitare l’unità di classe, mettere in rete le lotte, costruire un primo vero sciopero generale nazionale dopo tanti anni di pausa, spiegare che strapperemo pure qualche risultato dalle nostre mobilitazioni ma che le conquiste della classe saranno stabili solo sotto un governo dei lavoratori che ribalti quello di industriali e banchieri, per costruire una società socialista.

 

Fonti

https://coniarerivolta.org/

http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/DFP30.pdf?_1638092639268

https://www.repubblica.it/economia/2021/10/28/news/trenta_miliardi_e_tagli_al_fisco_ecco_la_manovra-324171389/

https://www.repubblica.it/economia/2021/11/22/news/manovra_confindustria_sindacati-327384878/

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