Partito di Alternativa Comunista

Scuola: luogo di emancipazione sociale o di asservimento intellettuale?

Scuola: luogo di emancipazione sociale

o di asservimento intellettuale?

 

 

di Salvatore de Lorenzo

 

 

 

Qual è il ruolo della scuola in una società divisa in classi? A questa domanda si può rispondere in molti modi e ciascuna di queste risposte contiene anche una parte di verità. Per molte persone la scuola è un luogo di emancipazione sociale. Questa affermazione contiene elementi di verità. Coloro che vanno a scuola apprendono difatti a leggere e scrivere, imparano a fare i calcoli, scoprono che la Terra non è piatta (anche se oggi molte persone che pure sono andate a scuola sostengono il contrario), etc. etc.
La scuola aiuta i giovani ad avere un’idea di come funziona la natura e fornisce loro degli strumenti, come ad esempio la conoscenza di una lingua, che poi consentiranno loro di leggere e quindi di apprendere ulteriormente, ma anche di scrivere e quindi di relazionarsi con altre persone. Alcuni strumenti basilari che regolano i rapporti sociali vengono appresi solo andando a scuola. Ad esempio, molti trascurano quanto siano importanti le basilari regole dell’aritmetica nel vivere civile, eppure nessuno di noi potrebbe andare a fare la spesa senza conoscere l’aritmetica. Dimenticavo: le regole dell’aritmetica, e molte delle scoperte scientifiche sino ad ora fatte, continueranno a valere nella futura società socialista, indipendentemente dal fatto che siano state scoperte in epoca presocialista.
Quindi la scuola fornisce tutta una serie di conoscenze più o meno neutre, cioè indipendenti dalla classe sociale dell’individuo che la frequenta, che elevano quella persona da essere individuale a essere sociale. Le persone a scuola dunque si emancipano, imparano fatti e metodi che altrimenti non imparerebbero o farebbero molta più fatica a imparare. Possiamo quindi concludere che la scuola è un luogo anche di emancipazione sociale.

 

Scuola di classe

L’istruzione pubblica è stata introdotta in Italia dapprima da Gioacchino Murat, poi soppressa durante la Restaurazione e poi reintrodotta nel 1859, anno in cui comparve anche la distinzione tra gli istituti tecnici e i ginnasi, che all’epoca erano a pagamento. Già dunque nella nascente società liberale del 1859 fu introdotta una distinzione nella formazione superiore, tra coloro che dovevano imparare un mestiere e coloro che, potendosi permettere di pagare un’istruzione di livello più elevato, potevano aspirare ai ruoli dirigenti nella società. Era una scuola di classe, ovviamente. Da un lato i proletari, cioè «coloro che vivono finché lavorano e lavorano fin quando il loro lavoro accresce il capitale», che dovevano imparare un mestiere per poter sopravvivere in una società in cui il lavoro è una variabile dipendente dai profitti dei padroni. Dall’altro i borghesi, che dovendo semplicemente parassitare sul lavoro operaio, potevano persino permettersi di non imparare un mestiere. Con il passare del tempo in Italia, come risultato delle conquiste del proletariato nel corso di duecento anni di storia di lotta di classe, in ultima quelle del ’68, il carattere classista della scuola è andato in parte attenuandosi, ma non è mai scomparso, né ovviamente potrebbe. Le recenti controriforme, come la Buona Scuola, hanno anzi agito in senso opposto, ampliando nuovamente il carattere classista della scuola.
Durante le fasi di capitalismo ascendente, pensiamo al periodo che va dagli anni Ottanta del secolo scorso ai primi anni di questo secolo, alcuni settori di proletariato, sottoponendo le loro famiglie a sforzi economici non indifferenti, hanno potuto anche raggiungere i livelli di studio più elevato, iscriversi all’università e diventare professori universitari o manager di impresa. È stata questa illusione ad alimentare il mito riformista della scuola come «ascensore sociale». Un mito che va sfatato, se non altro per il fatto, «elementare» direbbe Watson, che non tutti i proletari hanno avuto, hanno e avranno la stessa possibilità di fare sacrifici per mandare i figli a scuola. Anzi, in una fase di capitalismo discendente come quella attuale, sono sempre meno i proletari che possono consentire ai loro figli di accedere a livelli superiori di istruzione, come le recenti statistiche dimostrano. Inoltre, a causa della gentrificazione (1) delle grandi città, le poco accoglienti scuole cui hanno potuto accedere i proletari nella più recente storia italiana sono state collocate molto spesso in periferie aride, degradate e malsane, spesso in veri e propri quartieri-ghetto, e separate fisicamente dalle scuole più accoglienti e ben curate riservate ai ceti medi e alla borghesia, situate di solito nei quartieri centrali delle città.
Si potrebbe continuare all’infinito nel descrivere le differenze tra le condizioni di fruizione della pubblica istruzione riservate ai proletari e ai sottoproletari e quelle riservate ai ceti più elevati, ricordando ad esempio quanto sia più difficile per una famiglia di proletari acquisire ad esempio i sempre più costosi libri di testo, etc. etc. Dunque, negli Stati borghesi (non è solo in Italia, ovviamente, che le cose vanno così) la scuola è stata, è e sarà sempre una scuola di classe, indipendentemente dal fatto che ci sia qualche riformista sciocco e idealista che continua imperterrito ad esaltare il mito della scuola, mitizzata come strumento unicamente di emancipazione sociale.

 

La questione dell’emancipazione sociale

Perché in fondo è proprio quello dell’emancipazione sociale il nodo di fondo, irrisolto, tra marxisti e riformisti. Ed è un aspetto su cui sarebbe importante che chi ha conservato un briciolo di razionalità nella propria testa riflettesse.
Qual è la funzione sociale della scuola in una società divisa in classi? La risposta appare per i marxisti abbastanza scontata: è quella di produrre potenziale forza lavoro da utilizzare nel processo di valorizzazione del capitale. Ovviamente la forza lavoro che viene riprodotta non è solo quella dell’operaio o del tecnologo industriale che lavorano in fabbrica. È forza lavoro anche l’ingegnere che viene inviato a gestire il funzionamento delle piattaforme petrolifere: forza lavoro con salario diverso ma pur sempre forza lavoro, elemento della catena della produzione di capitale. Ma è forza lavoro anche il professore di storia e filosofia, perché esso fa parte della catena di produzione degli ingegneri che un giorno serviranno alle compagnie petrolifere per fare profitti.
Ovviamente, in tempi di crisi come quelli recenti, la forza lavoro è spesso in eccesso rispetto all’offerta, ma questi sono elementi assolutamente trascurabili e trascurati dal sistema capitalistico, almeno fino a quando i lavoratori non prenderanno coscienza della necessità di sovvertire il sistema. E qui veniamo alle dolenti note circa la scuola. È davvero, riprendendo la questione che ponevo all’inizio, la scuola il luogo di emancipazione della società? Cosa vorrà mai dire questa frase che sentiamo ripetere come un mantra dai sostenitori dell’apertura delle scuole e delle lezioni in presenza a tutti i costi durante la pandemia – in assenza di qualsivoglia misura di protezione reale? Perché vi è un evidente paradosso: questi emancipatori non devono poi essere così emancipati se vogliono emancipare a tutti i costi i giovani, persino a rischio della loro vita e di quella dei loro genitori, tenendo a tutti i costi aperte le scuole durante la pandemia.
Al di là delle facili e infinite battute che si potrebbero fare sugli emancipatori non emancipati, il nodo della questione è e rimane: che cosa intendiamo (almeno noi sopravvissuti studiosi di Marx) per società emancipata rispetto a quella attuale? Da marxisti pensiamo che l’unica reale forma di emancipazione sociale corrisponda a un salto di qualità: il passaggio da una società basata sullo sfruttamento sociale delle classi subalterne a una società senza classi. Non vi può essere emancipazione sociale senza questo salto verso una società in cui le persone, abolendo l’attuale modo di sfruttamento di miliardi di esseri umani, partecipino al benessere collettivo attraverso la pianificazione dell’economia e la ridistribuzione tra tutti del lavoro necessario a produrre quei beni materiali che ci servono per condurre una vita serena e in armonia con l’ambiente nel quale viviamo. Una società nella quale il lavoro diventi un dovere di ciascuno verso la collettività e non un diritto da dover difendere per poter sopravvivere. In altri termini emancipazione sociale significa capovolgimento del sistema di valori della società borghese: in luogo della competizione meritocratica, propagandata come un mantra dagli organismi burocratici e dagli ideologi della borghesia nei ministeri italiani della pubblica istruzione e dell’università, la collaborazione tra individui. E siccome da marxisti sappiamo bene che nel sistema capitalistico tutto questo è impossibile, pensiamo che la scuola sarebbe luogo di emancipazione sociale solo se insegnasse agli studenti che essi devono diventare gli artefici di questo cambiamento sociale, cioè lottare contro quel sistema capitalistico che impedisce, utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione, la vera emancipazione sociale.
Ed è qui che «casca l’asino» (dove per asino intendiamo l’emancipatore non emancipato di cui sopra). Come può pensare il nostro beato asinello che il sistema capitalistico, che detiene il controllo del potere economico, politico ed ideologico (e quindi della scuola), fornisca ai suoi studenti quegli arnesi del sapere critico attraverso i quali lo studente comprenda che è necessario abbattere il sistema capitalistico stesso per emancipare la società? Avete mai conosciuto una scuola (al di fuori delle scuole organizzate dal nostro partito e dalla nostra Internazionale) dove si tenti di fare in modo che la concezione materialistica della storia, l’unica concezione filosofica che ha retto a tutte le evoluzioni della società mondiale da Marx ad oggi, diventi lo strumento di analisi dei fatti che avvengono nella società contemporanea?
Siamo di fronte al seguente bivio: o il sistema capitalistico è talmente ingenuo da lasciar passare impunemente nella scuola la concezione del materialismo storico, l’unica concezione veramente emancipatrice della storia dell’umanità, oppure gli ingenui (o per meglio dire i fessi) sono coloro che pensano che il sistema capitalistico non intenda opporre alcuna resistenza alla formazione del suo becchino.Se si guarda alle recenti controriforme scolastiche che hanno ripristinato modelli gerarchici di stampo fascista nella scuola pubblica, oppure si guarda agli stessi programmi ministeriali e al contenuto della gran parte dei libri di testo (in particolare a quelli di storia e di filosofia) si comprende chiaramente che il sapiente lavorio delle classi dominanti non è affatto quello di favorire la formazione di studenti emancipati ma, al contrario, di annichilire ogni barlume di pensiero che si opponga alla logica della meritocrazia, dei sacrifici e di tutte le altre amenità che servono a tenere diviso il proletariato, a ottenebrare il pensiero dei sostenitori dell’apertura della scuola a tutti i costi in tempi di pandemia, e quindi di continuare a fare beatamente profitti dallo sfruttamento salariato delle classi subalterne. Perché, come spiegavano Marx ed Engels, «l’ideologia dominante è l’ideologia delle classi dominanti» e la scuola era, è e sarà sempre il luogo principale di formazione dell’ideologia della classe dominante, almeno sino a quando non scomparirà la divisione in classi della società.

 

Note

(1) Trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni.

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