Partito di Alternativa Comunista

Crisi climatica e ambientale. «Super El Niño»: perché dobbiamo preoccuparci

Crisi climatica e ambientale.

«Super El Niño»: perché dobbiamo preoccuparci

 

 

di Jeferson Choma (Pstu Brasile)

 

 

Le agenzie meteorologiche di tutto il mondo hanno confermato che il fenomeno El Niño sta rapidamente acquistando forza nell’Oceano Pacifico. Ha già raggiunto un livello di forza elevato, aumentando il rischio di ondate di calore, siccità e piogge estreme in diverse regioni del pianeta. L’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), l’agenzia delle Nazioni Unite per il clima, ha già emesso un allarme globale sul rapido intensificarsi del fenomeno.

 

Allarme globale

El Niño è un evento climatico causato dal riscaldamento delle acque equatoriali del Pacifico e si manifesta generalmente a intervalli irregolari di circa 2-7 anni. Questo fenomeno altera la circolazione atmosferica e i suoi effetti si fanno sentire in tutto il pianeta.
Questa volta gli scienziati parlano di un «Super El Niño», il più intenso dal 1877. Quell’anno il fenomeno scatenò enormi siccità che provocarono perdite dei raccolti, carestie e la morte di milioni di persone.
Ma, in questa occasione, l’intensità di El Niño è una conseguenza del riscaldamento globale causato dall’emissione di gas a effetto serra (Ges) rilasciati nell’atmosfera, principalmente a causa della combustione di combustibili fossili come petrolio, gas e carbone. È proprio a causa del riscaldamento globale che gli anni 2023, 2024 e 2025 sono stati i più caldi mai registrati. Ed è anche per questo motivo che gli ultimi episodi di El Niño sono stati sempre più intensi.

 

Quali sono le conseguenze di questa tragedia annunciata?

Un modo per anticipare ciò che potrebbe accadere è osservare gli impatti dell’ultimo episodio di El Niño, verificatosi tra il 2023 e il 2024, che ha provocato fenomeni climatici estremi e conseguenze catastrofiche in diverse parti del mondo.
In Nord America intense ondate di calore hanno contribuito agli incendi boschivi più gravi della storia recente. In Kenya piogge estreme hanno provocato inondazioni devastanti che hanno colpito oltre 412 mila persone. In India ondate di calore successive hanno fatto sì che diverse città registrassero temperature superiori ai 50°C, causando migliaia di morti e numerosi casi di colpo di calore.
Per quanto riguarda il territorio brasiliano, è noto che El Niño provoca generalmente un aumento delle piogge nella regione meridionale, siccità prolungate nel Nord e nel Nord-Est e un’intensificazione delle piogge estreme e delle ondate di calore nel Sud-Est.
Per comprendere la portata dei suoi impatti, basta ricordare le conseguenze dell’ultimo episodio, tra il 2023 e il 2024. Durante quel periodo, il Paese ha subito le devastanti inondazioni nel Rio Grande do Sul, nel maggio 2024, e la più grave siccità mai registrata nella sua storia. L’estrema siccità ha favorito la propagazione degli incendi boschivi, molti dei quali provocati dall’azione di grandi proprietari terrieri legati all’agrobusiness, che hanno approfittato delle condizioni climatiche per estendere l’uso del fuoco sulle aree boschive.
Il risultato è stata una stagione di incendi senza precedenti in Amazzonia, nel Pantanal, nel Cerrado e nella Mata Atlântica, il cui fumo si è diffuso in vaste aree urbane e agricole, specialmente nel Sud-Est. Alla fine del 2024, il Paese ha registrato circa 30 milioni di ettari bruciati, una superficie equivalente alla somma degli Stati di Rio de Janeiro e San Paolo, secondo il Rapporto annuale sugli incendi (Raf), redatto da MapBiomas.
Inoltre, si sono verificati violenti temporali che hanno provocato le tragiche frane a São Sebastião (2023) e sulle montagne dello Stato di Espírito Santo (2023-2024). Si sono registrate anche intense ondate di calore e un’esplosione di epidemie di arbovirus, come la dengue. Tuttavia, ciò che potrebbe accadere nei prossimi mesi potrebbe essere ben peggiore, avvertono gli scienziati. Un Super El Niño potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche e letali.

 

La scelta del capitale è la barbarie climatica

Le ondate di calore stanno già causando la morte di migliaia di persone in Europa. Il caldo estremo altera il funzionamento del corpo umano e può essere fatale per gli anziani, i bambini e chi soffre di malattie cardiovascolari. Si prevedono inoltre enormi incendi boschivi, collassi energetici e un’intensificazione del caldo estremo durante l’estate europea, iniziata poche settimane fa, accelerando la catastrofe [la previsione è stata confermata dai fatti, ndt].
La verità è che il capitalismo non può impedire la catastrofe che esso stesso ha scatenato.
Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), pubblicato nel novembre 2025, conferma l’avanzata accelerata della crisi climatica e l’imminente fallimento degli obiettivi stabiliti nell’Accordo di Parigi. Secondo il documento, anche se tutti gli impegni attualmente assunti dai Paesi fossero rispettati integralmente, la temperatura media globale aumenterebbe tra i 2,5 °C e i 2,9 °C entro la fine di questo secolo.
Di fronte a tale scenario, verrebbero superati diversi punti di non ritorno, rendendo il riscaldamento globale incontrollabile. Un mondo con un riscaldamento superiore ai 2 °C sarebbe devastato da pandemie, città costiere distrutte, foreste collassate e vaste aree continentali inabitabili a causa del caldo estremo. Una di queste regioni sarebbe proprio Belém, sede della Cop30. Esistono proiezioni scientifiche che indicano che la città potrebbe diventare inabitabile già nel 2070 se venisse superata la soglia dei 2°C.
Le proiezioni sono ancora più allarmanti se si osserva l’attuale andamento delle emissioni. Secondo il rapporto, le possibilità di limitare il riscaldamento a 1,5 °C sono ormai nulle e la probabilità di mantenerlo al di sotto dei 2 °C scende a appena l’8 % se il mondo continua con l’attuale ritmo di mitigazione.
Anche nello scenario più ottimistico, ovvero adottando pienamente gli obiettivi climatici finora proposti dai Paesi, le prospettive non sono incoraggianti: le probabilità di stabilizzare il riscaldamento a 2°C entro il 2050 ammontano appena al 25%, il che costituisce un forte monito sull’insufficienza delle promesse e sull’urgenza di adottare misure molto più incisive e immediate.
Il rapporto chiarisce che la finestra di opportunità per evitare gli scenari peggiori del collasso climatico si sta rapidamente chiudendo, mentre i governi sono ancora lontani dall’attuare le misure necessarie e prevedono di estrarre ancora più petrolio nel prossimo decennio.
In altre parole, la decisione è già stata presa: i capi dell’imperialismo e i grandi capitalisti non impediranno la barbarie climatica, anche se ciò comporta l’assassinio e il genocidio di gran parte dell’umanità. Solo il superamento del capitalismo e il controllo sociale della produzione potranno evitare il peggio.

 

Non è una catastrofe «naturale»

El Niño è un fenomeno climatico che si verifica da migliaia di anni, ma la scienza ha iniziato a comprenderlo meglio solo a partire dagli anni Sessanta.
L’episodio più grave e devastante di El Niño di cui si abbia traccia si verificò nel 1877 e scatenò una carestia mondiale che causò la morte di 30-50 milioni di persone, principalmente in India, Cina e Africa.
Quella catastrofe fu aggravata dall’azione dell’imperialismo coloniale in quei Paesi, azione che distrusse i sistemi di prevenzione e lotta contro la fame, come le riserve alimentari. L’integrazione di quei Paesi nel mercato mondiale indebolì inoltre gli agricoltori tradizionali e le economie delle nazioni coloniali e semicoloniali.
L’imperialismo approfittò addirittura della catastrofe per creare un mercato mondiale dei cereali: si appropriò delle riserve ancora esistenti nei Paesi colpiti e le vendette sul mercato internazionale, invece di utilizzarle per soccorrere le vittime della carestia.
El Niño del 1877 dimostra che le catastrofi non sono sempre e solo naturali, ma si combinano con le forme di produzione sociale esistenti; in questo caso, con l’emergere di una nuova fase del capitalismo: l’imperialismo.
Le vittime della carestia pagarono il prezzo delle trasformazioni imposte da tale avanzamento, in un vero e proprio olocausto coloniale che la storia ufficiale ha cercato di mantenere nascosto.

 

Capitalismo fossile e riscaldamento globale

A più di un secolo di distanza, ci troviamo di fronte alla possibilità di un «Super El Niño», ancora più intenso di quello del 1877. A differenza di quell’epoca, come abbiamo visto, la sua forza si combina con il riscaldamento globale causato dal capitalismo fossile.
L’attuale fenomeno di El Niño, avvertono gli scienziati, può accelerare il riscaldamento climatico e far salire la temperatura media globale oltre 1,5 °C, il limite che la scienza ritiene necessario per evitare un riscaldamento globale fuori controllo.
Inoltre, il Super El Niño troverà un mondo ancora più vulnerabile, segnato da decenni di politiche neoliberiste che hanno smantellato i meccanismi di prevenzione e privatizzato risorse naturali come l’acqua.
È un mondo in cui gran parte dell’umanità vive in condizioni precarie nelle grandi metropoli; dove le guerre e i genocidi si moltiplicano; e dove le grandi potenze si contendono territori, risorse energetiche e minerarie, riproponendo gli antichi meccanismi di dominio coloniale nel quadro di un capitalismo decadente.
Le stesse potenze e grandi multinazionali che storicamente hanno promosso lo sfruttamento intensivo dei combustibili fossili e delle risorse naturali cercheranno di trasformare la catastrofe climatica in una nuova frontiera di accumulazione di capitale, in un’opportunità per espandere i propri domini.
Allo stesso tempo, la catastrofe climatica aggrava le disuguaglianze sociali, amplifica i conflitti per l’accesso alla terra, all’acqua e all’energia, intensifica i processi di migrazione forzata ed espone milioni di persone alla fame, alle malattie e ai disastri ambientali.
Ma queste stesse contraddizioni possono dare slancio alla lotta dei lavoratori, dei popoli indigeni, delle comunità quilombola, dei contadini e degli altri settori oppressi, elevando la resistenza sociale a un nuovo livello e riaprendo la disputa sul corso della società di fronte alla crisi ecologica e all’avanzata dell’imperialismo.

 

Governo Lula: prevenzione pari a zero e miliardi per i nemici del clima

La subordinazione del Brasile al capitale finanziario internazionale si manifesta nell’austerità fiscale e nella riduzione del bilancio destinato alle politiche di prevenzione delle catastrofi naturali. I dati della Corte dei conti dell’Unione (Tcu) mostrano che, tra il 2012 e il 2026, i governi che si sono succeduti hanno stanziato 24.360 milioni di reais [circa 4,10 miliardi di euro] per interventi di risposta e ricostruzione, quasi tre volte di più dei 9.620 milioni di reais [circa 1,62 miliardi di euro] destinati alla prevenzione. La differenza è ancora più marcata nell’esecuzione delle risorse: sono stati erogati 21.540 milioni di reais [circa 3,63 miliardi di euro] per la risposta e la ricostruzione, contro appena 6.800 milioni di reais [circa 1,14 miliardi di euro] per gli interventi preventivi.
Questo squilibrio tra gli investimenti nella risposta e quelli nella pianificazione si riflette in modo drammatico nella struttura dei comuni brasiliani. Secondo la Confederazione Nazionale dei Comuni (Cnm), il 68% delle città non dispone di una mappatura delle aree a rischio; il 57% non dispone di sistemi di allerta; il 44% è privo di apparecchiature di monitoraggio e il 46% non dispone di professionisti qualificati per operare nella prevenzione dei disastri.
Alla luce di questi dati, risulta evidente che lo Stato brasiliano continua ad agire sul dopo, dando priorità alla ricostruzione dopo le tragedie anziché rafforzare politiche permanenti di prevenzione, adattamento climatico e riduzione dei rischi socio-ambientali.
La vulnerabilità è ancora più critica se si considera che oltre il 76,8% dei comuni non dispone di alcuno strumento di base per la pianificazione climatica, mentre solo il 12,9% ha pubblicato un Piano comunale di adattamento climatico.
Oltre alla mancanza di piani, più di un terzo dei comuni valutati non ha registrato alcuna iniziativa relativa alla partecipazione della popolazione alle decisioni sui rischi climatici e sull’adattamento. Anche sul fronte della comunicazione il quadro non è incoraggiante: l’indagine mostra che quasi il 60% delle amministrazioni comunali non utilizza in modo sistematico canali digitali o social media per diffondere informazioni sulla prevenzione delle catastrofi, sugli allarmi o sulla gestione dei rischi.

 

Finanziamenti alla devastazione

Se già a livello comunale si riscontra un’enorme fragilità, le politiche federali aggravano ulteriormente questo quadro. Oltre allo smantellamento della prevenzione, il governo federale ha annunciato 525.000 milioni di reais [circa 88.305 euro] per l’agroindustria sotto forma di crediti rurali agevolati (Piano Safra), denaro che, come sempre, finanzierà l’espansione della frontiera agricola a scapito dei biomi del Paese. La forza della bancada ruralista (1) non è caduta dal cielo: è stata alimentata con denaro pubblico.
In cambio di tale finanziamento, il Congresso [Parlamento] Nazionale si è comportato come un vero e proprio nemico del popolo e dell’ambiente. Ha approvato la Legge Generale sulle Autorizzazioni Ambientali (PL 2.159/2021), soprannominata dai movimenti sociali «Progetto di Legge della Devastazione», considerata la più grande battuta d’arresto nella regolamentazione ambientale del Brasile negli ultimi quattro decenni.
E vi sono altri attacchi promossi dalla fazione rurale, come la limitazione del monitoraggio satellitare e dell’applicazione di misure cautelari per interrompere i reati ambientali in tempo reale, oltre alla tutela del patrimonio dei trasgressori in aree isolate. A ciò si aggiunge il tentativo di privare gli organismi ambientali (come l’Ibama e l’ICMBio) della loro autonomia tecnica e scientifica, subordinando le decisioni sulla conservazione della biodiversità agli interessi economici del settore agricolo.
Di fronte alla catastrofe che El Niño e i fenomeni climatici estremi potrebbero provocare, è ora di agire. Le promesse non bastano. È necessario lottare e rivendicare misure efficaci di prevenzione e adattamento, a partire da investimenti pubblici a tutela delle masse popolari più vulnerabili. Un vero piano di emergenza non può essere elaborato voltando le spalle alla realtà di chi soffre di più. Deve essere costruito con la partecipazione popolare e coinvolgere i settori più esposti alla catastrofe.
Il primo passo è portare questo dibattito nei movimenti sociali, nelle organizzazioni per il diritto alla casa, nelle lotte per il territorio e nei sindacati dei lavoratori. È nelle periferie delle grandi città e nei territori assediati dall’agroindustria che si trovano coloro che affrontano quotidianamente condizioni invivibili che la crisi climatica non farà altro che aggravare.

 

(luglio 2026)

 

Note

1. Gruppo di pressione parlamentare trasversale all'interno del Congresso Nazionale del Brasile che difende gli interessi dei grandi proprietari terrieri e dell'agrobusiness (principalmente legati ai mercati della soia, della carne e del legname), ndt.

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